Da di Padre Amedeo Cencini Il dono va






























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Da: di Padre Amedeo Cencini
Il dono va custodito come cosa preziosa e, se è dono che riguarda tutti, ognuno deve dare il suo contributo non solo perché si conservi, ma affinché dia sempre più frutto.
Così è per il dono di vivere insieme; dono che si alimenta della stessa relazione fraterna, spazio di libertà e relazione umana, luogo di grazia e benedizione divina.
La comunità religiosa è luogo dove si “diventa” fratelli.
Il ministero dell’edificazione fraterna è un servizio che dobbiamo renderci l’un l’altro, dove l’uno edifica l’atro, tutti assieme si diventa edificatori della comunità. “ Confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri, ” (1 Ts 5, 11)
Vivere la comunità vuol dire essere continuamente da essa generati, ed essere al tempo stesso generatori di comunità.
La gratitudine è la condizione, il primo atteggiamento di chi vuole edificare la sua comunità.
La riconoscenza non è semplice convivenza sociale, tratto di buona educazione; ha una radice teologica: significa la capacità di ri-conoscere, in se e nell’altro la misericordia del Padre che ci ha resi con-cordi anche se eravamo diversi, fratelli anche se non abbiamo le stesse origini, santi anche se eravamo peccatori, chiamati alla stessa vocazione anche se con personalità diverse.
La comunità continua ad essere il luogo teologico ove mi raggiunge il dono di santità che viene dall’alto, il luogo attraverso il quale il Padre continua a plasmare in me l’immagine e i sentimenti del Figlio.
La capacità di riconoscere il bene ricevuto consente di lasciarsi benvolere senza cercare ansiosamente l’affetto altrui.
La gratitudine è la radice della gratuità e diventa inautentica e insincera se non nasce da un cuore grato.
Chi è libero accetta anche di vivere in situazioni difficili e conflittuali, accetta che la vita, gli altri o la comunità gli possano chiedere in certi momenti di passare attraverso quel mistero di morte che gli ha dato la vita e da cui è nata la fraternità stessa.
La “ Memoria Amoris”, amore che ricorda e che è ricordato, è più forte di ogni ostacolo e dà comunque la forza di di affrontarlo con amore.
L’ingrato è persona senza memoria ed è incapace di ricevere affetto. Mai appagato della benevolenza altrui, finisce per seminare angoscia attorno a sé e spesso anche irritazione.
Triste è incontrare un consacrato che non ha motivi di riconoscenza verso la sua comunità, che non si senta da essa generato. Se non c’è gratitudine viene falsato il senso di rapporto fraterno, non c’è più gioia, né assunzione di responsabilità.
Solo chi ha l’animo grato diviene costruttore di pace e fraternità.
La benedizione della fraternità nasce dalla benedizione verso di essa. Non si edifica colui o ciò che non si ama. L’amore umano non sempre è motivato in modo soprannaturale, mentre l’amore soprannaturale è sempre anche amore umano o lo diventa sempre più, lo motiva e lo sostiene.
Amare con l’amore con cui noi stessi siamo amati da Dio è costruire la Fraternità sulla salda roccia.
L’amore deve poter essere detto nelle nostre fraternità, non può restare implicito e presunto, anche perché se non si nutre di gesti e parole, di segni e di attenzioni, è dubbio e poco credibile, rischia di svanire e non crescere mai.
Voler bene significa soprattutto volere il bene dell’altro, desiderare efficacemente la sua santità, provare dispiacere di fronte alle sue cadute o difficoltà, sentirsi responsabili del suo cammino.
L’animo grande comprende ciò che non prova: la malattia da sano, il dolore da felice, la morte da vivo.
Benedire la comunità è dire bene di essa, e dei propri fratelli, all’interno come all’esterno della fraternità stessa.
La parola male-dicente ha potere solo distruttivo! È l’annuncio di una cattiva novella.
La nostra fraternità e frutto di questo sguardo benevolente e di questa parola bene-dicente, e proprio in forza del potere vitale-creativo dello sguardo e della parola divini può diventare comunione di santi.
Benedire la comunità vuol dire immergere il proprio sguardo in quello di Dio, per guardare come guarda Lui, con la compiacenza del Padre che coglie la bellezza e la bontà di un progetto incancellabile.
La preghiera del consacrato è ricca di volti, di nomi, di storie raccontate a Dio perché “non si dimentichi” di chi ci ha posto accanto.
Chi vive in comunità non prega mai da solo, né si prega addosso. Non può dare lode a Dio chi non ha imparato a pregare il «cantico della comunità» .
E SIA COSÌ
Sr. Alba Vernazza fma






























