Quel che resta da fare ai poeti Saba
Quel che resta da fare ai poeti
Saba a Slataper “ L’articolo che le mando - Quello che resta da fare ai poeti – è l’esposizione di un metodo di lavoro e di un programma di vita, oltre i quali non vedo per la poesia alcuna speranza di salvezza. L’ò scritto con passione, come vera prima lettera d’amore ”. Lettera di Umberto Saba a Scipio Slataper 8 febbraio 1911
• Il saggio dal titolo Quello che resta da fare ai poeti fu inviato da Umberto Saba alla rivista fiorentina La Voce nel febbraio 1911 • Fu respinto • Le tematiche, la formulazione avevano profondamente irritato i redattori?
• Il veto fu probabilmente posto proprio da Scipio Slataper • Quello che resta da fare ai poeti sarà edito postumo solo nel 1959 (Saba morirà a Gorizia il 25 agosto 1957) • Lo scritto può essere considerato un’importante dichiarazione poetica • La sua poesia “onesta” implicava una ricerca profonda della verità spingendosi –come la psicoanalisi- fino alla dimensione dell’inconscio
• La sua poetica fu segnata dal desiderio di indagare se stesso, di rievocare e decifrare l’infanzia, di porre ordine nel passato. • Cosa provava a ricomporre? La perdita precoce della figura paterna. I primi anni di vita trascorsero con la tata slovena Gioseffa Gabrovich Schobar (conosciuta come Peppa Schobar), “madre di gioia”. • Solo in seguito andrà a vivere con la madre e due zie. • La famiglia Saba «scontò» le proprie origini ebraiche, soprattutto con l’avvento del fascismo • Il poeta era soggetto a forti crisi nervose e depressive. Agli inizi degli anni ’ 30 entrò in analisi con il Edoardo Weiss • Trieste: è evocata costantemente, come luogo dell’infanzia, certezza, appartenenza.
• Ungaretti e Montale aiutarono il poeta nella sua difficile vita nel momento delle leggi razziali
• Umberto Saba, Quel che resta da fare ai poeti (1911, pubblicato postumo nel 1959) • «Ai poeti resta da fare la poesia onesta. C'è un contrapposto che se può sembrare artificioso, pure rende abbastanza bene il mio pensieri. Il contrapposto è tra i due uomini nostri più compiutamente noti che meglio si prestano a dare un esempio pratico di quello che intendo per onestà e disonestà letteraria: è fra Alessandro Manzoni e Gabriele D'Annunzio: fra gli Inni Sacri e i Cori dell'Adelchi e il do libro delle Laudi e la Nave: fra versi mediocri e immortali e magnifici versi per la più parte caduchi.
• L'onestà dell'uno e la nessuna onestà dell'altro, così verso loro stessi come verso il lettore (perché chi ha un candido rispetto per l'anima propria lo ha anche, all'infuori della stima o disistima per quella cui si rivolge), sono i due termini cui può benissimo ridursi la differenza dei due valori.
• A chi sa andare ogni poco oltre la superficie dei versi apparisce in quelli del Manzoni la costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione: mentre vede che l'artificio del D'Annunzio non è solo formale ma anche sostanziale, egli si esagera o addirittura si finge passioni e ammirazioni che non sono mai state nel suo temperamento; e questo imperdonabile peccato contro lo spirito egli lo commette al solo e ben meschino scopo di ottenere una strofa più appariscente, un verso più clamoroso.
• Egli si ubriaca per aumentarsi, l'altro è il più astemio e più sobrio dei poeti italiani: per non travisare il proprio io e non ingannare con false apparenze quello del lettore, resta se mai al di qua della ispirazione. (…)
• L'onestà letteraria è prima un non forzare mai l'ispirazione, poi non tentare per meschini motivi di ambizione o di successo di farla parere più vasta e trascendente di quanto per avventura essa sia: è reazione durante il lavoro, alla pigrizia intellettuale che impedisce allo scandaglio di toccare il fondo; reazione alla dolcezza di lasciarsi prendere la mano dal ritmo, dalla rima, da quello che volgarmente si chiama la vena.
• Benché essere originali e ritrovar se stessi siano termini equivalenti, chi non riconosce in pratica che il primo è l'effetto e il secondo la causa; e parte non dal bisogno di riconoscersi ma da uno sfrenato desiderio dell'originalità, per cui non sa rassegnarsi quando occorre a dire anche quello che gli altri hanno detto; non ritroverà mai la sua vera natura, non dirà mai alcunché di inaspettato. Bisogna – non mi si prenda alla lettera – essere originali nostro malgrado. E infatti quali artisti lo sono meno di quelli in cui è visibile lo sforzo per diventarlo?
• …) A questa maggiore onestà nel metodo di lavoro, deve necessariamente corrispondere un più austero programma di vita. Il poeta deve tendere ad un tipo morale il più remoto possibile da quello del letterato di professione, ed avvicinarsi invece a quello dei ricercatori di verità esteriori o interiori, le quali, salvo forse la più alta forma di intellettualità che occorre per investigare le seconde, sono tutt'una cosa» .
• Quello che resta da fare ai poeti non sembra solo un semplice manifesto poetico: fu un atto di reazione e di opposizione al condiviso modo di concepire la poesia. • Saba face luce su di sé, sulle sue intenzioni, tratteggiando per contrasto la sua fisionomia poetica • assunse la disposizione del critico
• In Quello che resta da fare ai poeti c’è la sua poetica, l’inclinazione verso un’arte legata alla sua visione del mondo, una poesia introspettiva, lontana dalle falsificazioni, • Afferma la corrispondenza «sacrale» tra il pensiero e lo scritto, vincolati da un reciproco impegno di sincerità.
• Il programma poetico di S prevede un impegno quasi morale: il lavoro del poeta è come quello dell’uomo di scienza o del filosofo • “Il poeta deve tendere ad un tipo morale il più remoto possibile da quello del letterato di professione ed avvicinarsi invece a quello dei ricercatori di verità esteriori o interiori”. • Questo poeta, a fronte alla deformazione mitica e ideologica del passato o del presente, tenta “un’opera forse più di selezione e di rifacimento che di novissima creazione”.
• Il poeta non deve «decidere» la poesia • è la poesia a guidarlo • Il compito del poeta non è quello di lasciar fluire parole: al contrario, egli deve resistere alla parola • così la poesia, seguendo le sue ragioni, nasce obbedendo ad un principio di sincerità
• Con queste affermazioni Umberto Saba crea la sua figura di poeta • rifiuta la retorica declamatoria e tutte le consuete intenzioni dei poeti • il suo obiettivo è di non sovrapporsi alle parole
• Nella produzione giovanile di S. vi sono rimandi espliciti, calchi, risonanze di altri poeti; sono debiti –non imitazioni: • “Benché esser originali e ritrovar se stessi sieno termini equivalenti, chi […] parte non dal bisogno di riconoscersi ma da uno sfrenato desiderio dell’originalità, per cui non sa rassegnarsi, quando occorre, a dire anche quello che gli altri ànno detto; non ritroverà mai la sua vera natura, non dirà mai alcunché di inaspettato”
• Umberto Saba si spegnerà a Gorizia, dove era ricoverato in una clinica nel 1955. Uscì di qui per il funerale dell’amatissima moglie, alla quale sopravvisse per nove mesi di distanza, nell’agosto del 1957, lasciando incompiuto un romanzo, Ernesto
• Secondo Mengaldo Saba è riuscito a far coincidere lingua personale, lingua di tutti e lingua letteraria • «è riuscito ad esprimere un’assoluta modernità di esistenza e psichismo senza mai voltar le spalle alla lingua della comunità nazionale»
Linea sabiana • Linea antinovecentesca o linea sabiana (Bertolucci, Penna, Caproni, Luzi): la denominazione fu coniata di Pasolini e fu contrapposta all’ermetismo (anni ’ 30) • Il linguaggio è chiaro, immediato, di facile comprensione; • Sono in rapporto con la tradizione • Danno corpo e «narrazione» alla realtà
Saba e Penna • Umberto Saba e Sandro Penna ebbero una lunga corrispondenza (1929 -1940). La seconda volta che cercava l’interlocuzione del poeta triestino, Penna ebbe questa risposta dura: • "Uno dei tuoi pericoli è questo: ora che hai avuto successo, metterti a scrivere apposta delle poesie, perché gli amici (. . . ) non dicano che non sai fare altro. Non farlo. Invece (. . . ) cercati un' attività pratica, quanto più lontana possibile dall' arte» .
• Penna si rivolse per la prima volta a Saba nell' autunno del 1929. Gli inviò alcune poesie, firmandosi con uno pseudonimo. Saba apprezzò molto uno dei testi (meno gli altri), e da allora assunse un ruolo di tutela nei confronti del giovane poeta. "Ma la 'filialità' del poeta perugino si risolse senz' altro in una relazione più complessa", scrive Deidier, "condizionata, sul piano dell' apprendistato poetico, da 'un' ambivalenza che lo spinse immediatamente contro il parere chiesto e ricevuto' (sono parole di Saba, ndr)".
• Saba fu il primo ad apprezzare i versi del giovane poeta perugino • Con lui era prodigo di consigli e si lamentava se P non seguiva le sue direttive. P dal canto suo temeva che il poeta triestino potesse attingere alle sue cose • Penna covò nei confronti di S amore e rancore • Saba gli era necessario: nel novembre del 1932 L' Italia letteraria, sollecitata da Saba, pubblicò due sue poesie
• «Anche con Saba, come con Montale, si era insinuato il cruccio del plagio. Quanto questo fosse plausibile è improbo accertarlo, vista la circolarità delle forme poetiche comuni ai tre (pur nelle tante, importanti, differenze), e vista anche la parziale analogia delle fonti letterarie alle quali essi - lecitamente, come ogni poeta sa e deve fare - attingevano. Ma a prescindere dalla loro fondatezza, resta il fatto che Penna quei rancori li provò. E di ciò Saba era a conoscenza» . • (F. Erbani, 1997)
• Saba in Storia e cronistoria del Canzoniere ammetteva d' aver avuto per le mani i versi di P. , e d' essere stato preso da una punta d' invidia. Come un bambino, o un poeta, appunto. Questo sentimento – lo ispirò, come la vista di una bella giornata.
• Il rapporto s’incrinò • Penna, all' edizione garzantiana delle sue poesie inviata a Saba poco prima che morisse, nel ‘ 57, scrisse : "A Umberto Saba, con la speranza che tutto sia limpido come un tempo. Il suo fedele Sandro Penna".
• Storia e cronistoria del Canzoniere, edito nel 1948, è un interessante esempio di autoesegesi • Saba scrive in terza persona, difende la sua opera dalle critiche degli altri intellettuali • Afferma che vi è un disegno unitario • Come Petrarca si concede momenti di vanagloria • incipit: “Saba ha commesso molti errori. Ma negare la poesia di Saba sarebbe negare l’evidenza di un fenomeno naturale” • sottolinea le tematiche della raccolta.
• Scorciatoie e raccontini (1946) sono testi brevi, eterogenei. • Aforismi, racconti, riflessioni sull’arte e la società contemporanea (le “scorciatoie” appunto, spesso di valore etico-politico) • I racconti traggono spunto da situazioni quotidiane
• Vi sono dichiarazioni di poetica • Non esiste un mistero (della vita, del mondo, dell’universo) che gli uomini non possano comprendere, in quanto nati dalla stessa vita. • È un sapere antico e profondo • difficile fare affiorare questo «organico» sapere alla coscienza. • Ogni passo in questa direzione è importantissimo
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