Psicobiologia della resilienza e della vulnerabilit Obiettivi del
Psicobiologia della resilienza e della vulnerabilità Obiettivi del corso L’obiettivo di questo corso è innanzi tutto di fornire le basi per la comprensione e lo studio dei meccanismi alla base della resilienza e della vulnerabilità, con la finalità di comprendere meglio i fattori che contribuiscano a rendere un individuo resiliente e di intervenire eventualmente in tal senso.
Obiettivi del corso Fornire conoscenze approfondite sull’argomento, utilizzando dati in letteratura di tipo epidemiologico, studi su modelli preclinici, sia conoscitivi che di intervento, e studi sperimentali nell’uomo, dove presenti. Stimolare le capacità di analisi critica della letteratura scientifica nel campo.
Sviluppare le competenze utili per l’inserimento in equipes multidisciplinari che lavorano nel campo della ricerca sulla patogenesi, e di ricerca e intervento sulla prevenzione e/o il recupero di disturbi stress-related. Sviluppare le competenze necessarie per lavorare nel campo dei modelli preclinici.
Cosa si intende per resilienza?
Alcune definizioni Il termine "resilienza" in origine proveniva dalla metallurgia: indica, nella tecnologia metallurgica, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Per un metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità. Così anche in campo psicologico: la persona resiliente è l’opposto di una facilmente vulnerabile.
La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà
Trabucchi P: “Etimologicamente “resilienza” viene fatta derivare dal latino "resalio", iterativo di "salio". Qualcuno propone un collegamento suggestivo tra il significato originario di "resalio", che connotava anche il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, e l’attuale utilizzo in campo psicologico: entrambi i termini indicano l’atteggiamento di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà. ”
Analogia con la chiglia di una nave
Nestler, E (2012): “Resilience refers to the capacity of an individual to avoid negative social, psychological, and biological consequences of extreme stress that would otherwise compromise their psychological or physical well being. ”
Il lavoro in cui per la prima volta fa la comparsa il termine resilienza in campo psicologico è Werner, 1993. Questo esempio anticipa un punto che tratteremo a fondo nelle lezioni del corso ed illustra bene il concetto di resilienza. Werner, E. (1993). Risk resilience and recovery: Perspectives from the Kauai longitudinal study. Development and Psychopathology, 5, 503 -515.
A partire dal 1955 Werner condusse una ricerca longitudinale su circa 700 neonati nelle Hawaii. Circa un terzo di questi neonati avevano tutti i prerequisiti per una prognosi di disagio psichico, in quanto esposti a diversi fattori di rischio ambientale. E questo si rivelò vero come trend di coorte.
Tuttavia, un terzo di questi bambini, mostrava in età adulta migliori condizioni di vita rispetto all’ambiente in cui erano nati e si mostravano come adulti in grado di avviare relazioni stabili, con buona o molto buona riuscita nel lavoro e con caratteristiche di altruismo.
Quali fattori differenziavano questi individui resilienti rispetto a coloro che avevano invece “ceduto” alla negatività delle condizioni di partenza? C’erano forse dei fattori di protezione che avevano consentito di fronteggiare l’ambiente negativo e avevano promosso uno sviluppo adeguato? Comprendere cosa aveva reso resilienti quei bambini avrebbe potuto facilitare lo sviluppo di interventi per prevenire o favorire il recupero di individui esposti a condizioni ambientali avverse?
Queste riflessioni hanno contribuito a spostare lo sguardo e lo studio dall’analisi dei motivi che determinano una fonte di disagio, ovvero studi sugli effetti della mancanza e sulla vulnerabilità, verso l’indagine dei fattori protettivi e che promuovono il recupero.
E’ come l’impatto che l’introduzione del paradigma dell’arricchimento ambientale (Rosenzweig) ha avuto, in campo psicobiologico sperimentale, nello spostare il fuoco dagli effetti della deprivazione agli effetti dell’arricchimento.
Lo studio di Werner prosegue ancora, come è il caso di altri studi longitudinali che prenderemo in esame. Da un breve “commentary” di Werner, relativamente recente (Werner EE: Journeys from childhood to midlife: risk, resilience, and recovery. Pediatrics. 2004 Aug; 114(2): 492. ) copio l’incipit:
“The latest report from the Kauai Longitudinal Study addresses 2 fundamental questions of interest to pediatricians and health care professionals: 1)What are the long-term effects of adverse perinatal and early child-rearing conditions on individuals’ physical, cognitive, and psychosocial development at midlife? 2) Which protective factors allow most individuals who are exposed to multiple childhood risk factors to make a successful adaptation in adulthood? ”
In effetti, il numero di quarantenni che mostrano un buon recupero dai problemi evidenziati nello studio originale del 1993 è alto: “Most of the high-risk youths who had developed serious coping problems in adolescence (learning disabilities, mental health problems, teenage pregnancies, and/or a record of delinquencies) had staged a recovery by the time they reached the end of their fourth decade of life. ”
Ci sono quindi fattori protettivi precoci, che agiscono durante lo sviluppo, ma anche fattori protettivi “tardivi”. Dove cercarli? Nell’individuo stesso, magari a livello genetico? Nell’ambiente? E come agiscono questi fattori “protettivi”? Ci sono dei “periodi critici”?
Queste sono alcune delle domande cui cercheremo di rispondere con l’approccio psicobiologico. Cercheremo quindi di capire quali sono i possibili meccanismi e fattori che sono alla base dell’essere resilienti.
I risultati recenti riportati in letteratura indicano che la resilienza nell’uomo rappresenta un processo attivo, adattivo, e non semplicemente l’assenza di quelle risposte patologiche all’ambiente che hanno luogo negli individui vulnerabili. Lo studio della resilienza nell’uomo ha da poco iniziato a caratterizzare i fattori biologici che caratterizzano i soggetti resilienti e che sono associati con la loro miglior capacità di far fronte a situazioni avverse.
Come vedremo, la maggior parte di questi studi si è focalizzata, anche per motivi di facilità di studio, su risposte neuroendocrine periferiche risultano essere predittive dell’essere resilienti o su fattori genetici, ed in particolare su polimorfismi, che sono correlati, almeno in base alla attuale letteratura, con un outcome di resilienza.
Per comprendere più a fondo i meccanismi della resilienza, sono spesso utilizzati modelli animali, che consentono manipolazioni genetiche selettive e localizzate e permettono indagini approfondite a livello cellulare e morfologico.
Per comprendere più a fondo i meccanismi della resilienza, sono di grande aiuto i modelli animali. Modello del “social defeat”, Nestler Resiliente Suscettibile
I lavori più recenti (ultimi 10 anni circa) hanno iniziato ad identificare meccanismi che potrebbero essere alla base della resilienza, meccanismi che sono ambientali, genetici, epigenetici e impingono su precisi circuiti neurali.
In particolare, come vedremo, l’ambiente, i fattori genetici, le loro interazioni ed i meccanismi epigenetici contribuiscono alla resilienza attraverso cambiamenti plastici adattivi che hanno luogo in diversi circuiti neurali che coinvolgono numerosi neurotrasmettitori e numerose vie molecolari.
Questi cambiamenti plastici modellano il funzionamento dei circuiti neurali che regolano la paura, la reattività emotiva, la ricompensa (la soddisfazione) ed il comportamento sociale. E’ l’insieme di questi cambiamenti plastici che si ritiene medi il far fronte con successo alle situazioni avverse.
L’insieme dei lavori che prenderemo in esame nella prima parte del corso fornisce un quadro con alcuni aspetti di causalità (e non solo di correlazione) sugli adattamenti neurali a livello cerebrale e sulle uscite neuroendocrine che contribuiscono alla resilienza.
Vedremo che la resilienza non è solo mediata dalla assenza di anormalità molecolari chiave che hanno luogo in animali suscettibili, riducendo le loro capacità di coping, ma anche dalla presenza di adattamenti molecolari nuovi, che hanno luogo solo negli individui resilienti e che potrebbero aiutare a far fronte alle situazioni avverse.
Il primo meccanismo (assenza di risposte molecolari “negative”) potrebbe essere visto come un meccanismo di resilienza passiva. Il secondo meccanismo (presenza di risposte molecolari “positive”) potrebbe essere visto come un meccanismo di resilienza attiva.
Vedremo che alcuni meccanismi di resilienza attiva agiscono controbilanciando cambiamenti plastici molecolari che possiamo considerare maladattivi e che sono proprio quelli che avvengono negli individui vulnerabili.
Nel corso delle lezioni cercheremo di riassumere la comprensione, a livello psicobiologico, della resilienza, un campo in continua evoluzione, integrando dati dalla letteratura nell’uomo e nell’animale.
Un sistema su cui concentreremo una forte attenzione è il sistema dello stress. E’ noto da tempo che eventi avversi possono essere percepiti in modo differente da individui diversi e che possono avere o no effetti negativi duraturi in funzione del livello di resilienza o vulnerabilità individuale allo stress.
I processi neurali che regolano le risposte ad eventi ed ambienti avversi non implicano solo l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse Hypothalamus-Pituitary-Adrenal, HPA) ma anche strutture come l’ippocampo, aree corticali prefrontali, il sistema della ricompensa endogena e circuiti neurotramettitoriali con azione neuromodulatrice, come il sistema dopaminergico, serotoninergico e neoradrenergico.
I processi di plasticità neurale alla base della differente resilienza allo stress (sia in termini di “costruzione” della resilienza durante lo sviluppo che in termini del suo mantenimento durante l’età adulta) coinvolgono quindi differenze nella connettività anatomica, funzionale e nei processi molecolari in una vasta parte del cervello.
Vedremo che in molti casi la differenza fra individui resilienti e vulnerabili coinvolge differenze nella capacità di “respond to stressors in the environment by means of the appropriate engagement and efficient termination of allostatic responses” (Mc. Ewan, 2011) Allostatic è la parola che Mc. Ewan usa per descrivere in maniera allargata le risposte a stressors:
Mc. Ewan, 2011: “The brain and body need to adapt constantly to changing social and physical environments. A key mechanism for this adaptation is the ‘stress response’, which is necessary and not negative in and of itself. The term ‘stress’, however, is ambiguous and has acquired negative connotations. We argue that the concept of allostasis can be used instead to describe the mechanisms employed to achieve stability of homeostatic systems through active intervention (adaptive plasticity). ”
Le parole chiave di quanto detto finora sono: risposte neuroplastiche (adattive e maladattive) fattori genetici ed ambientali e loro interazioni fattori epigenetici azione su specifici circuiti nervosi
La scaletta delle lezioni seguirà queste parole chiave: a)vedremo prima in modo approfondito i meccanismi di plasticità neurale ed i metodi di studio, includendo nelle risposte plastiche anche i cambiamenti a livello della neurogenesi ippocampale. b) esamineremo poi in maniera critica esempi dell’approccio Geni x Ambiente nello studio della resilienza e della vulnerabilità.
c) Introdurremo poi cosa sono i meccanismi epigenetici ed esamineremo in maniera critica esempi che illustrano come l’ambiente, attraverso meccanismi epigenetici, ed interagendo con fattori genetici, possa contribuire alla resilienza o alla vulnerabilità degli individui. Ovviamente, prima di affrontare i punti b) e c) introdurremo gli specifici circuiti nervosi a livello dei quali si potrebbero manifestare l’effetto delle interazioni G x A e l’effetto delle modifiche epigenetiche.
Introdurremo anche brevemente ed in maniera critica i modelli animali più utilizzati nello studio della psicobiologia della resilienza e della vulnerabilità, in modo da sviluppare anche la capacità di leggere criticamente i lavori scientifici in questo campo.
Nelle ultime lezioni esamineremo questi stessi concetti in relazione ad un particolare stadio della vita, che è l’invecchiamento. Esamineremo quindi quali fattori “protettivi” potrebbero contribuire alla resilienza verso gli aspetti “patologici” dell’invecchiamento, promuovendo quello che viene chiamato “invecchiamento di successo”.
Vedremo quali sono i correlati neurali dell’invecchiamento cognitivo fisiologico e quali quelli dell’invecchiamento patologico. Analizzeremo poi le evidenze disponibili sull’esistenza di fattori protettivi nei confronti dell’invecchiamento patologico, con particolare attenzione ai fattori “stile di vita”, e gli studi sugli interventi basati su tali evidenze e attualmente in corso.
Materiale didattico: Non ci sono libri di testo su questi argomenti. In aggiunta alle diapositive del corso, che troverete sul sito e-learning, metteremo a disposizione sul medesimo sito alcuni lavori di rassegna bibliografica che fungeranno da dispense.
Modalità d’esame: Scritto 10 domande aperte (max 2 punti l’una, max 20 punti totali) e 12 domande chiuse, V o F con giustificazione obbligatoria e penalizzazione (1 punto per risposta corretta, -0. 25 per una risposta sbagliata, 0 punti per risposta non data o non giustificata, max 12 punti totali). Voto totale x/32, normalizzato a x/30. Orale, facoltativo sopra il 21/30 allo scritto.
Ci saranno due compitini, uno sul primo modulo ed uno sul secondo modulo, ciascuno con 5 domande aperte e 6 chiuse. Le date saranno decise a lezione Scaletta temporale (foglio excel)
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