PLATONE lo stato ideale prof Michele de Pasquale







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PLATONE (lo stato ideale) prof. Michele de Pasquale
la posizione platonica nell’affrontare il problema politico non è certamente quella dell’individualismo e dell’estremo realismo politico ravvisabile nel dibattito sulla natura della giustizia tra Trasimaco e Socrate: «E ogni governo stabilisce le leggi in base al proprio utile: la democrazia istituisce leggi democratiche, la tirannide leggi tiranniche, e così gli altri governi; e una volta che le hanno stabilite proclamano ai sudditi che il proprio utile è giusto e puniscono chi lo trasgredisce come persona che viola le leggi e commette ingiustizia. Questo, carissimo, è ciò che io chiamo il giusto, lo stesso per tutte le città: l'interesse del potere costituito. Esso ha dalla sua la forza, tanto che, se si fa un ragionamento corretto, il giusto si identifica ovunque con l'interesse del più forte» . (Platone, Repubblica I 338 ss) la prospettiva platonica è quella dell’utopia politica
nel tentativo di individuare i lineamenti della città ideale, Platone sostiene che la cooperazione dei soggetti è indispensabile per soddisfare la varietà dei bisogni nella città: ogni gruppo coopera al benessere collettivo fornendo un contributo determinato (divisione del lavoro e specializzazione delle funzioni) oltre alla funzione economica sono indispensabili altre funzioni alla vita della città: quella di difesa e di governo queste tre funzioni sono attribuite a gruppi sociali distinti e dotati per natura
“ … «Noi diciamo che esiste la giustizia di un singolo individuo, ma anche la giustizia di un'intera città? » «Certamente» . «E la città non è più grande di un singolo individuo? » «Sì , è più grande» , rispose. «Forse allora sulla tavola più grande ci sarà una giustizia più forte e più facile da comprendere. Perciò, se volete, ricerchiamo prima di tutto la sua natura nelle città; poi esaminiamola anche nel singolo individuo, cercando di cogliere nell'aspetto più piccolo la conformità con quello più grande» . […] «A mio parere» , incominciai, «una città nasce perché ciascuno di non è autosufficiente, ma ha bisogno di molte cose; o a quale altro principio credi che sia dovuta la fondazione di una città? » «A nessun altro» , rispose. «Così gli uomini si associano tra loro per le varie necessità di cui hanno bisogno; e quando hanno raccolto in un'unica sede molte persone per ricevere aiuto dalla comunanza reciproca, nasce quella coabitazione cui diamo il nome di città. Non è così ? » «Certamente» . «Quando dunque l'uno dà qualcosa all'altro, se gliela dà, o da lui la riceve, non pensa che sia per sé più vantaggioso? » «Sicuro» . «Allora» , proseguii, «costruiamo teoricamente una città, sin dalle
«Come no? » «Ma il bisogno primario e più grande è procurarsi il nutrimento per continuare a vivere» . «Assolutamente» . «Il secondo è quello di un'abitazione, il terzo quello di un vestito e di necessità simili» . «è così » . «E allora» , dissi, «come farà fronte la città alla richiesta di tanti mezzi? Un individuo dovrà fare il contadino, un altro l'architetto, un altro ancora il tessitore? Dovremo anche aggiungere un calzolaio o qualcun altro che cura le esigenze del corpo? » «Certamente» . «Allora il nucleo essenziale della città sarebbe composto da quattro o cinque uomini» . «Così pare» . «Quindi ciascuno di loro deve mettere la propria attività a disposizione di tutti, ad esempio il contadino, che è uno solo, deve sostentare quattro persone e spendere un tempo e una fatica quadrupla per procurare il cibo e metterlo in comune con gli altri? Oppure, senza darsi pensiero di loro, deve produrre per sé solo la quarta parte di questo cibo in un quarto di tempo, impegnando gli altri tre quarti nel provvedersi rispettivamente della casa, del vestito e delle scarpe, e non prendersi la briga di farne parte agli altri, ma occuparsi da sé dei propri
«Allora, Adimanto, per le esigenze di cui parlavamo occorrono più di quattro cittadini. Il contadino, a quanto pare, non costruirà da sé l'aratro, se dev'essere un buon aratro, né la zappa, né gli altri attrezzi agricoli. Lo stesso vale per l'architetto: anch'egli ha bisogno di molti utensili. E così anche il tessitore e il calzolaio. O no? » «è vero» . «Ecco che falegnami, fabbri e molti artigiani come loro si associano alla nostra piccola città e la ingrossano» . «Certo» . «Ma non sarebbe ancora molto grande se aggiungessimo a loro bovari, pecorai e altri pastori, per fornire ai contadini buoi per arare, ai costruttori di case e ai contadini animali da soma per il trasporto di materiale, ai tessitori e ai calzolai pelli e lana» . «Ma una città che avesse tutto questo non sarebbe nemmeno piccola» , disse. «D'altra parte, però» , continuai, «fondare questa città in un luogo tale da non richiedere l'importazione di merci, è pressoché impossibile» . «Sì , è impossibile» . «Quindi avrà ancora bisogno di altre persone, che importeranno da un'altra città ciò che le occorre» . «Ne avrà bisogno» .
la distinzione dei gruppi sociali riflette la tripartizione dell’anima: chi ha il compito di lavorare (temperanza - anima concupiscibile): i contadini, gli artigiani, i commercianti sono portatori d’interesse di parte che non coincidono con l’interesse comune e quindi non sono in grado di prendere decisioni generali; non avendo responsabilità di governo possono essere distratti da affetti privati: possono avere proprietà e famiglia chi ha il compito di difendere (coraggio - anima irascibile) chi ha il compito di governare (saggezza - anima razionale): essi devono essere liberi da interessi particolari; liberi dalla proprietà (comunanza dei beni) e da una famiglia (comunanza delle donne) per essere dediti completamente all’interesse generale
nello stato ideale c'è parità tra uomo e donna “ [. . . ] Forse sarebbe bene, dopo aver completamente esaurito la rappresentazione maschile, svolgere a sua volta quella femminile, soprattutto perché a questo tu inviti. Per uomini nati ed educati come abbiamo detto non c’è, a mio avviso, altro modo di possedere e godere rettamente figli e donne se non procedendo nel senso da noi indicato fin dal principio: nel nostro discorso abbiamo cominciato a farne come tanti guardiani di un gregge. – Sí. – Ebbene, siamo coerenti e attribuiamo alle donne analoga nascita e analogo allevamento, ed esaminiamo se la cosa ci conviene o no. – Come? , chiese. – Cosí. Non crediamo che le femmine dei cani da guardia debbano cooperare a custodire ciò che custodiscono i maschi, cacciare insieme con loro e fare ogni altra cosa in comune? O crediamo che le femmine debbano starsene dentro a casa perché impedite dalla figliazione e dall’allevamento dei cuccioli e i maschi faticare per tutte le cure degli armenti? – Ogni attività dev’essere comune, rispose; con l’eccezione che li impieghiamo tenendo presente che le une sono piú deboli, gli altri piú vigorosi. – È dunque possibile, ripresi, impiegare un dato animale per identici scopi, se non lo sottoponi all’identico allevamento e all’identica educazione? – Non è possibile. – Se dunque impiegheremo le donne per gli identici scopi per i quali impieghiamo gli uomini, identica dev’essere l’istruzione che diamo loro. – Sí. – Ora, agli uomini si sono date musica e ginnastica. –
Però, ripresi, molti punti di questo nostro discorso, se verranno messi in pratica nel modo che diciamo, forse potranno apparire contro la tradizione e ridicoli. – Certo, disse. – Di questo discorso, feci io, che cos’è che tu vedi come molto ridicolo? Non è, evidentemente, scorgere le donne far ginnastica ignude nelle palestre insieme con gli uomini, non soltanto le giovani, ma perfino le anziane? Sono come quei vecchi che trovi nei ginnasi, quando, tutti grinzosi e poco piacevoli alla vista, tuttavia amano fare ginnastica. – Sí, per Zeus!, rispose; sarebbe uno spettacolo ridicolo, almeno per i nostri tempi. – Ora, dissi, poiché s’è cominciato a parlare, non si devono temere i motteggi degli spiritosi: lasciamo pure che ne dicano quanti e quali vogliono per una simile trasformazione verificatasi nei ginnasi, nella musica e specialmente nel maneggio delle armi e nell’equitazione. – Hai ragione, disse. – Ma, ora che abbiamo avviato il discorso, dobbiamo procedere verso il punto piú scabroso della legge; e preghiamo questi motteggiatori di rinunciare al loro mestiere e di comportarsi seriamente, ricordando che non è passato molto tempo da quando agli Elleni sembravano brutte e ridicole certe cose che ora sembrano tali alla maggior parte dei barbari, cioè che si vedessero uomini nudi; e che quando i Cretesi per primi e poi i Lacedemoni iniziarono gli esercizi ginnici, gli spiritosi di allora potevano beffarsi di tutto questo. Non credi? – Io sí. – Ma quando, come penso, durante gli esercizi sembrò piú opportuno svestirsi che coprire il corpo, anche quello che agli occhi era ridicolo sparí di fronte all’ottima soluzione che la ragione indicava. Anzi questo fatto dimostrò che è un superficiale chi ritiene ridicola tutt’altra cosa che il male; e chi si mette a suscitare il riso guardando, come a visione di cosa ridicola, a una visione che non
la comunanza dei beni e delle donne (comunismo platonico) è un ideale etico e non una aspirazione sociale: ü Platone è scarsamente interessato alle basi economiche dello stato ideale; ü ha idee tradizionaliste sulla schiavitù; ü limita l’egualitarismo alla classe dei guardiani altri aspetti riferentesi a questo ideale: ü i bambini di tutte le caste sono allevati in comune a cura dello stato; ü la procreazione è regolata da parte dello stato (Repubblica 458); ü lo stato non deve contenere al suo interno differenze eccessive di ricchezza e povertà
una dispensa cui non possa accedere chiunque lo voglia. Riguardo alla quantità di provviste occorrenti ad atleti di guerra temperanti e coraggiosi, devono ricevere dagli altri cittadini, dopo averla determinata, una mercede per il servizio di guardia, in misura né maggiore né minore del loro annuo fabbisogno. Devono vivere in comune, frequentando mense collettive come se si trovassero al campo. Per quello che concerne l’oro e l’argento, occorre dire loro che nell’anima hanno sempre oro e argento divino, per dono degli dèi, e che non hanno alcun bisogno di oro e argento umano; e che non è pio contaminare il possesso dell’oro divino mescolandolo a quello dell’oro mortale: perché numerose sono le empietà che si sono prodotte a causa della moneta volgare, mentre integra resta quella che portano entro di loro. Anzi a essi soli tra i cittadini del nostro stato non è concesso di maneggiare e di toccare oro ed argento, e di entrare sotto quel medesimo tetto che ne ricopra; né di portarli attorno sulla propria persona né di bere da coppe d’argento o d’oro. E cosí potranno salvarsi e salvare lo stato. Quando però s’acquisteranno personalmente terra, case e monete, invece di essere guardiani, saranno amministratori e agricoltori; e diventeranno padroni odiosi anziché alleati degli altri cittadini. E cosí condurranno tutta la loro vita odiando e odiati, insidiando e insidiati, temendo molto piú spesso e molto di piú i nemici interni che gli esterni; ed eccoli già correre sull’orlo della rovina, essi e il resto dei cittadini. Per tutto ciò, continuai, diciamo pure che cosí debbono essere organizzati i guardiani per quanto riguarda l’abitazione e gli altri bisogni; e siano queste le nostre leggi. No? – Senza dubbio, rispose
“ Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore. – Questa norma, disse, assai piú dell’altra susciterà diffidenza, per la sua possibilità come per la sua utilità. – Non credo, risposi, che, almeno per quanto concerne l’utile, si contesterà che non sia massimo bene avere comuni le donne e i figli, sempre che la cosa sia possibile; ma credo che ci sarà una grandissima contestazione se sia o no possibile. – Ambedue i punti, fece, si potranno contestare molto. ” (Platone, Repubblica V, 457 d-e)
i guardiani per essere in grado di detenere la scienza e quindi conoscere la giustizia e il Bene devono sottoporsi ad un lungo percorso formativo e ad una rigorosa selezione: fin dalla fanciullezza saranno insegnate tutte le discipline (musica, ginnastica, addestramento militare); dopo la formazione di base, per scegliere chi dovrà governare occorre procedere ad una selezione (Repubblica, 413) successivamente l’educazione dei filosofi si sviluppa con lo studio delle discipline matematiche (la capacità di condurre operazioni su oggetti puramente mentali preparandosi così alla dialettica) l’ultima tappa della paideia è l’esercizio della dialettica (per trenta anni) dopo i 50 anni è possibile accedere alla massima disciplina (la conoscenza del Bene) che si traduce nella capacità di reggere lo stato
lo stato ideale della Repubblica funge da modello sulla cui base migliorare le forme di stato esistenti: timocrazia oligarchia democrazia tirranide (nasce quando i governanti si appropriano di terre e case) (comandano i ricchi) (ognuno fa quello che vuole) (nasce dalla eccessiva libertà della democrazia) uomo che tende ad abbandonarsi a desideri smodati l’uomo tirannico è schiavo delle sue passioni ed è il più infelice degli uomini uomo timocratico, ambizioso, amante del comando e degli onori; diffidente verso i sapienti uomo avido di ricchezze, parsimoniosol aborioso
come istituire uno stato ideale se quelli esistenti ne sono così lontani? come portare la filosofia al potere? Platone fornisce delle risposte nel Politico (fiducioso nella possibilità di realizzare il progetto originario) e nelle Leggi (più disincantato ed incline ad abbandonare aspetti di grande rilievo) le differenze rilevanti rispetto alla Repubblica: il rapporto tra funzione politica e funzioni economiche; il ruolo della legge nella vita dello stato
lo stato viene retto dal filosofo-re (un despota illuminato); egli opera libero dai vincoli della legge prendendo decisioni a partire dal suo sapere. le leggi per la loro astrattezza, per l’accento posto solo sulla costrizione, per l’incapacità di aiutare il cittadino a fargli comprendere la bontà della norma, sono considerate degli impacci in assenza di filosofi-re occorre portare rispetto alle leggi perchè in esse sopravvive qualcosa delle disposizioni emanate dai sapienti in queste opere Platone opera una classifica delle costituzioni: monarchia; aristocrazia; democrazia disciplinata da leggi; democrazia estrema (governo arbitrario di molti); oligarchia (governo arbitrario di pochi); tirannide (governo arbitrario di uno solo)
pur non rinunciando alla critica delle leggi esistenti, Platone riabilita le leggi riconoscendo l’elemento di razionalità che regola il conflitto degli interessi contrapposti rinuncia agli aspetti più radicali dei progetti precedenti (cfr. il fallimento siciliano) a favore di disegni più attuabili la costituzione giusta è quella che conserva gli aspetti positivi della monarchia e democrazia: costituzione mista (libertà della democrazia e coesione-guida illuminata della monarchia) rinuncia alla rigida separazione tra funzioni economiche e funzioni politiche: tutti i cittadini partecipano alla vita politica (si ritorna agli assetti sociopolitici tradizionali: al governo partecipa non solo l’aristocrazia dell’intelligenza ma anche l’aristocrazia della terra, emarginata nella Repubblica)