LA PRIMAVERA ARABA Con Primavera araba si intende
LA PRIMAVERA ARABA Con Primavera araba si intende un termine di origine giornalistica utilizzato per lo più dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011.
TUNISIA L’inizio della rivolta viene simbolicamente fatto coincidere con il clamoroso gesto di protesta di Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco nella cittadina di Sidi Bouzid per protestare contro le continue vessazioni da parte delle forze locali di polizia. L’episodio ha innescato numerose manifestazioni di piazza contro il dispotismo e la corruzione del regime del presidente Ben ‛Alī, al potere dal 1987. Di fronte ai manifestanti che chiedevano a gran voce la democratizzazione del sistema politico, il regime crolla con una velocità straordinaria e il 14 Gennaio 2011 Ben Alì scappa con la sua famiglia in Arabia Saudita.
GOVERNO PROVVISORIO TUNISINO ED ELEZIONI • Si apriva così un delicato processo di transizione democratica e costituzionale in cui un ruolo decisivo era ricoperto da Foued Mebazaa, il capo di governo provvisorio. L’Alta Autorità, la cui nascita scaturiva dalla volontà di non sminuire il portato delle giornate rivoluzionarie ma anzi valorizzare il grande dibattito politico nel paese, assisteva il governo nella transizione costituzionale in vista delle elezioni per l’Assemblea costituente previste inizialmente per il mese di luglio e poi rinviate al 23 ottobre. Queste elezioni portarono una grandissima affluenza, circa il 90% della popolazione. Vittoria partito Ennahda e affermazione Moncef Marzouki come capo dell’opposizione (laico)
EGITTO • A una settimana dalla caduta di Ben ‛Alī, anche le piazze delle città egiziane si riempivano di manifestanti che chiedevano la fine dello stato d’emergenza e le dimissioni del presidente Hosni Mubārak, al potere da trent’anni. Ad animare la protesta erano i giovani che si erano politicizzati al di fuori dei partiti tradizionali, la sinistra più radicale pronta ad unirsi al movimento, i segmenti democratici della classe media, ma anche gli operai e i piccoli agricoltori. Il 25 gennaio, ‘giornata della collera’ indetta e propagandata sul web, vedeva manifestare nelle piazze del Cairo decine di migliaia di cittadini e pochi giorni più tardi, il 28, imponenti manifestazioni paralizzavano il centro della capitale, dove piazza Tahir diventava l’epicentro delle contestazioni.
• CADUTA DI MUBARAK Tra la fine di gennaio e il mese di febbraio la rivolta nel mondo arabo viveva, sull’onda della spinta popolare, il suo massimo momento di trionfo, prima di franare nel dramma della guerra civile libica. Cresceva l’attenzione e la simpatia della comunità internazionale per gli avvenimenti egiziani che di lì a poco vedevano Mubarak rinunciare al potere (11 febbraio) lasciando le redini del paese nelle mani del Consiglio supremo delle Forze armate guidato da Mohammed Hussein Tantawi, la cui lunga carriera militare ai vertici dell’esercito durante il regime rappresentava un segno di continuità con il passato. Nel corso dell’anno emergevano in Egitto alcuni preoccupanti segnali di una involuzione della vita politica e di un innalzamento delle tensioni interreligiose: a settembre l’assalto con morti e feriti all’ambasciata d’Israele al Cairo, a ottobre il massacro di cristiani copti negli scontri con la polizia. Questi avvenimenti gettavano più di un’ombra sulle elezioni parlamentari di novembre, vero banco di prova per la costruzione della democrazia.
MAROCCO, GIORDANIA, MONNARCHIE DEL GOLFO • Tra gennaio e febbraio anche in Marocco e in Giordania si registravano alcuni episodi di protesta nelle piazze e cresceva la richiesta di democrazia in entrambi i paesi. Per scongiurare il pericolo del dilagare della rivolta, re Muḥammad VI del Marocco decideva di accelerare il processo interno di democratizzazione, peraltro già cautamente avviato nel corso del decennio appena concluso. Nonostante le rinnovate minacce e gli attentati del terrorismo islamista, la monarchia aveva infatti avviato una lenta ma costante apertura verso le opposizioni e un significativo se pur limitato rinnovamento della classe dirigente; Il primo luglio 2011 il 73% dell’elettorato approvava a schiacciante maggioranza, con un referendum, le variazioni introdotte alla costituzione, mentre una parte dell’opposizione (islamisti radicali, sinistra e liberali indipendenti) boicottava il voto ritenendo di poco conto le limitazioni introdotte.
LA SITUAZIONE IN GIORDANIA • Il regno giordano, uno dei regimi più stabili della regione, fedele alleato dell’Occidente, appariva da tempo frenato lungo la strada della modernizzazione invocata da re ‛Abdallāh II dall’atteggiamento tradizionalista delle sfere religiose e delle strutture tribali e claniche della società. La ribellione pacifica a Manama, capitale del Bahrein, aveva assunto dal suo esordio una notevole forza d’impatto anche attraverso l’occupazione di una piazza centrale della città, assurta a simbolo della rivolta, e fu contrastata armi in pugno dalla polizia del regime facendo molte vittime. . A protestare nelle piazze erano gli sciiti, che costituivano la grande maggioranza della popolazione in un piccolo paese governato da una minoranza sunnita
SITUAZIONE IN OMAN Ai confini meridionali dell’Arabia Saudita, nel sultanato dell’Oman, il movimento di protesta non ha rinnegato la sua fedeltà al regime, ma si è battuto per ottenere aumenti salariali, riforme politiche e l’allontanamento di ufficiali e funzionari corrotti, richieste cui il regime è andato incontro con la creazione di nuovi posti di lavoro, lo stanziamento di sussidi di disoccupazione e la promessa di riforme.
SITUAZIONE LIBICA • La protesta in Libia scoppiava il 15 febbraio nella città costiera di Bengasi in Cirenaica, la regione da sempre ostile al controllo politico di Tripoli. Dopo i primi bombardamenti aerei contro le forze governative che cercavano di riconquistare Bengasi, il 31 marzo la Nato assumeva il comando delle operazioni contribuendo al successo dell’avanzata degli insorti in Tripolitania. Nel mese di aprile anche l’Italia entrava in guerra mentre iniziava il drammatico conteggio delle vittime collaterali dei bombardamenti e i ribelli conquistavano Misurata (maggio). La ribellione si trasformava ben presto in insurrezione armata con l’adesione di ufficiali dell’esercito e di molti reparti militari.
MORTE GHEDDAFI • Il 20 ottobre Sirte veniva liberata e Gheddafi catturato dai ribelli, dopo che il convoglio con il quale era in fuga era stato colpito dagli elicotteri della Nato. Lo scempio della sua persona negli ultimi momenti di vita prima della sua esecuzione, ripreso da un telefono cellulare, ha fatto il giro del mondo, mandato in onda da tutte le televisioni. L’assenza di una società civile, dei partiti, di un’amministrazione centralizzata e l’enfatizzazione della tribù come unica istituzione ufficiale e riconosciuta della società durante la dittatura di Gheddafi, hanno fatto della Libia un paese senza stato dove sarà difficile avviare la ricostruzione sotto la minaccia delle ingerenze dei paesi confinanti e degli interessi economici e geopolitici di Francia e Gran Bretagna.
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