La diversit rende lAltro a prima vista interessante

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 • La “diversità” rende l’Altro a prima vista interessante e coinvolgente ma può

• La “diversità” rende l’Altro a prima vista interessante e coinvolgente ma può anche, a causa di questa forte carica di differenza, “spaventare” ed essere vissuto come pericolo. Forse è l’insicurezza verso la propria identità che fa sentire debole la persona, per cui la persona finisce con il vivere l’illusione che rifiutando il diverso, aggredendolo, possa darsi una sorta di identità forte.

 • la paura dell’alterità, di un universo di valori, credenze e modi di

• la paura dell’alterità, di un universo di valori, credenze e modi di vita diverso da chi, invece, si percepisce in uno stato di presunta normalità, è direttamente proporzionale all’incapacità che ha l’individuo di controllare la propria vita, dato che vive una identità instabile e complessa.

 • “Il desiderio dell’altro e di altri è sempre attivo, perché inscritto nella

• “Il desiderio dell’altro e di altri è sempre attivo, perché inscritto nella socialità dell’umano, ma esso appare meraviglioso e intollerabile insieme, perché se è vero che può aprirci altri orizzonti, è altrettanto vero che può anche rischiosamente minacciare le nostre identità”. • A. Semeraro, Pedagogia e comunicazione. Paradigmi e intersezioni.

 • P. Fèdida in Umano/Disumano si interroga sul concetto di disumanità che emerge

• P. Fèdida in Umano/Disumano si interroga sul concetto di disumanità che emerge nei casi in cui l’Io non ha più la possibilità di riconoscere l’Altro: “è il sentimento di un decadimento, quando il volto, le parole, la voce, le stesse possibilità di riconoscere le reazioni dell’Altro, cominciano a disfarsi”. Caso emblematico di disumanità è la Shoah. Il regime nazista non voleva solo uccidere gli ebrei ma cancellare, far scomparire tutte le tracce.

 • Per Fèdida il punto essenziale è costruire, non ricostruire perché se la

• Per Fèdida il punto essenziale è costruire, non ricostruire perché se la relazione si interrompe, se l’Io non ha più la necessità di riconoscere l’Altro, se arriva al punto di non riconoscere più neanche se stesso, se perde il volto, la parola, la voce, se l’lo fa l’esperienza dolorosa della disumanità, allora è chiaro che questa esperienza non deve essere ricostruita.

 • Bisogna restituire l’umanità alla persona. Tramite la relazione e il linguaggio. l’Altro

• Bisogna restituire l’umanità alla persona. Tramite la relazione e il linguaggio. l’Altro offre costantemente all’Io la possibilità di colmare la distanza che li separa. L’altro è sempre in grado di guarire l’Io.

 • Dopo l’orrore della disumanità, l’Io ridiventa umano se riconosce l’Altro come simile,

• Dopo l’orrore della disumanità, l’Io ridiventa umano se riconosce l’Altro come simile, se comprende che anche l’Altro prova gioia, tristezza, infelicità, dolore. La disumanità consiste nell’andare oltre l’umano, andare verso ciò che è radicalmente dissimile, impossibile riconoscere. “Distruggere, demolire un uomo significa che le apparenze che consentivano il riconoscimento sono disfatte. Nella nostra esperienza, le apparenze sono il volto, , lo scambio tra volti, lo scambio di un gesto.

 • La demolizione di un uomo è rendere impossibile il far esistere l’umanità

• La demolizione di un uomo è rendere impossibile il far esistere l’umanità al suo livello essenziale, che è quello dell’apparenza. L’apparenza restituisce il simile”. • Ma cosa avviene di così angosciante nell’incontro con l’Altro? L’ Altro è radicalmente estraneo, è imprevedibile; letteralmente potrebbe fare qualsiasi cosa, fino ad arrivare ad uccidere l’Io.

 • La paura di fronte all’Altro diventa angoscia di fronte al non conosciuto.

• La paura di fronte all’Altro diventa angoscia di fronte al non conosciuto. Entra il gioco l’empatia che per Fèdida ha a che fare più con l’ascolto che con la comprensione. Ascoltare l’Altro vuol dire parlare con l’Altro: è tramite la dimensione del linguaggio che l’Io tocca l’Altro e viceversa. “La parola tocca, dispone di una capacità di contatto. La parola è contatto”.

 • Romano Guardini. • Uno dei valori ai quali deve tendere sempre lo

• Romano Guardini. • Uno dei valori ai quali deve tendere sempre lo spirito è l’amore decentrante che fa si che la persona avverta il valore dell’Altro, la sua essenza profonda. Quando questo non accade, quando cioè l’uomo non si apre all’universo delle possibilità dell’Altro, lo spirito si ammala poiché si ritrova concentrato solo su se stesso; “l’esistenza si muta in carcere. Tutto si rinserra. Le cose opprimono. Ogni realtà diviene estranea e nemica nell’intimo. Sparisce il senso ultimo, evidente. L’essere non fiorisce più”.

 • Guardini risolve la relazione Io-Tu specificando che il Tu non può appartenere

• Guardini risolve la relazione Io-Tu specificando che il Tu non può appartenere al mondo delle cose, dal momento che il Tu, finché rimane mero oggetto e non centro autonomo di un proprio orizzonte di senso, non potrà mai assurgere al ruolo di Tu per l’Io. L’Altro, allora, si eleva alla condizione di Tu quando, allontanata la prospettiva fattuale ed esperienziale che lo vuole inglobato nell’Io, nell’Altro finalmente vede la luce ovvero l’Io che gli sta dinanzi.

 • “Il primo passo verso il Tu è quel movimento che ‘ritira le

• “Il primo passo verso il Tu è quel movimento che ‘ritira le mani’ e lascia libero lo spazio in cui può farsi valere il carattere della persona di servire da fine a se stessa. L’amore personale ha iniziato decisamente non con un movimento che si dirige all’altro, ma che se ne ritrae”. Finché l’Io si relaziona all’Altro come oggetto, come un Esso, non ha la necessità di disvelarsi completamente, può rompere il legame quando vuole. Ma quando l’Io vive l’Altro come Tu, l’Io allora si trova coinvolto in un impegno diverso, “rischia in un rapporto che può consolidarsi in un destino.

 • La manifestazione del volto: l’Io guarda l’Altro senza volerlo più inglobare nei

• La manifestazione del volto: l’Io guarda l’Altro senza volerlo più inglobare nei suoi sistemi di riconoscimento, l’Io finalmente si apre e si mostra nella sua essenzialità di volto disarmato. Ma perché si compia questo movimento fondamentale, è necessario che vi sia come orizzonte di senso la circolarità: solo quando l’Altro consente all’Io di diventare il suo Tu così come è nella sua essenza, la relazione diventa una relazione di senso compiuto.

 • “Nel guardare l’altro, il volto si apre e nasce quel rapporto in

• “Nel guardare l’altro, il volto si apre e nasce quel rapporto in cui gli occhi si guardano negli occhi. Solo ora è presente l’atteggiamento pieno di chi è persona… Ora soltanto si annodano anche i destini nel senso personale”. • La persona ha si bisogno dell’Altro per giungere alla pienezza di sé, ma non per assurgere al ruolo di persona; la persona, in altri termini, non emerge dall’incontro ma, pur trovando in esso attuazione, la sua essenza vive a prescindere dalla dimensione relazionale.

 • La peculiarità propriamente spirituale della persona, allora, si realizza come parola e

• La peculiarità propriamente spirituale della persona, allora, si realizza come parola e come linguaggio. Il linguaggio rappresenta una sorta di orizzonte di senso che esiste a prescindere dalla volontà della persona e dal quale la persona viene formata, in quanto l’uomo vive nel linguaggio e dal linguaggio trae la vita. Il Tu, in tale direzione, può risvegliare nell’Io quella dimensione linguistica che l’Io già possiede in potenza.