Ippodromi circhi e stadi Qualche lavoro su circhi

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Ippodromi, circhi e stadi

Ippodromi, circhi e stadi

Qualche lavoro su circhi e stadi romani J. Humphrey, Roman Circuses. Arenas for Chariot

Qualche lavoro su circhi e stadi romani J. Humphrey, Roman Circuses. Arenas for Chariot Racing, London 1986. Le cirque et les courses de chars Rome-Byzance, Catalogo della mostra, a cura di Ch. Landes, Lattes 1990. P. Zanovello, Il ruolo storico dei circhi e degli stadi, in Gli edifici per spettacoli nell’Italia romana, a cura di G. Tosi, Roma 2003, pp. 835 -899. Le stade romain et ses spectacles, Catalogo della mostra, a cura di Ch. Landes, Lattes 1994. Le cirque romain et son image, a cura di J. Nelis Clément, J. -M. Roddaz, Bordeaux 2008. G. Tosi, Gli edifici per spettacoli nell’Italia romana, I-II, Roma 2003 (censimento anche di circhi e stadi nell’Italia romana).

Presso gli antichi Greci, l’ippodromo (da ἵππος cavallo e δρόμος corsa) era lo spazio

Presso gli antichi Greci, l’ippodromo (da ἵππος cavallo e δρόμος corsa) era lo spazio destinato alle corse dei cavalli e dei carri: si doveva trattare di uno spazio naturale di forma ellittica con gradinate in legno smontabili o ricavate sui pendii. Ippodromi esistevano nei santuari, come a Olimpia e Delfi, e nelle poleis, quali Atene, Delo, Tebe, Mantinea, Sparta ecc. , ma delle loro evidenze archeologiche non restano tracce. In compenso alcuni passi di autori ed epigrafi ci danno varie notizie concernenti gli ippodromi e le corse di carri e di cavalli, che vi si eseguivano in occasione delle grandi feste nazionali quali i Giochi Olimpici e Panellenici.

Un lungo passo di Pausania (VI, 20, 10 segg. ) dà ampi, ma non

Un lungo passo di Pausania (VI, 20, 10 segg. ) dà ampi, ma non sempre chiari, ragguagli sull'ippodromo di Olimpia, collocato a sud-est dello stadio tra una collinetta e un leggero rialzo del terreno, ove si svolse la prima gara con quadrighe nell'olimpiade del 680 a. C. Al principio e al termine della pista c'erano pilastri, intorno a cui giravano i carri; per facilitare la partenza contemporanea di tutti i partecipanti alla corsa, un architetto ateniese dopo la metà del sec. III a. C. , inventò una disposizione particolare di piccoli recinti, contenenti ciascuno un carro, collocati lungo due linee, che formavano una specie di triangolo o prora di nave; questa disposizione di carri si chiamava ἄϕεσις perché serviva a dare il "via". La lunghezza totale dell’ippodromo di Olimpia si calcola fosse di 2 stadi (ca. 370 -380 m).

L’apporto greco a questo tipo di spettacoli è sottolineato da Tacito (Ann. , XIV,

L’apporto greco a questo tipo di spettacoli è sottolineato da Tacito (Ann. , XIV, 21, 1), secondo il quale i giochi circensi sarebbero stati introdotti a Roma dalle città della Magna Grecia e in particolare da Thurii (presso Sibari). Ma va ricordato il sicuro apporto etrusco, come attestato da due osservazioni: 1. a partire dal 530 circa le corse coi carri sono documentate figurativamente nelle tombe etrusche a dimostrazione dell’interesse accordato a tali spettacoli. 2. il Circo Massimo è attribuito da Livio (I, 35 8 -10) ai re etruschi Tarquinio Prisco e Tarquinio Superbo, che avrebbero allestito per questo scopo la depressione naturale fra Palatino e Aventino (la valle Murcia). Tomba delle Olimpiadi a Tarquinia

Per quanto alcuni autori di lingua greca come Dionigi di Alicarnasso (ant. rom. ,

Per quanto alcuni autori di lingua greca come Dionigi di Alicarnasso (ant. rom. , III, 68, 2; età augustea) o Dione Cassio (LV, 10, 8; inizi III sec. d. C. ) usino il termine ippodromo anche in riferimento al circo romano, negli autori latini con tale termine si intende in genere un maneggio o un’area verde per passeggiate a cavallo, per lo più di ambito privato, mentre per l’edificio destinato alle corse coi carri e i cavalli si usava il termine circus (vedi slide successiva). Dal punto di vista strutturale il circo è stato considerato la versione romana dell’ippodromo greco, ma questo è vero solo se ci si attiene alla funzione e alla forma allungata. In realtà l’ippodromo, come si è detto, resta soprattutto uno spazio di corsa, senza o con poche strutture permanenti, mentre il circo è un monumento vero e proprio. Come si è detto nella Lezione I anche lo spirito delle corse coi carri era diverso in Grecia e a Roma: esercizio sportivo e competitivo delle aristocrazie cittadine, nel primo caso, spettacolo di professionisti attorno a cui vi era ampio giro di affari e scommesse, nel secondo. Da questo punto di vista si capisce che in Grecia quel che contava era la pista, a Roma le installazioni per il pubblico.

Per quanto concerne il nome circo, Varrone (De lingua latina, V, 153) ne dà

Per quanto concerne il nome circo, Varrone (De lingua latina, V, 153) ne dà una spiegazione etimologica: Circus Maximus dictus, quod circum spectaculis aedificatis ibi ludi fiunt, et quod ibi circum metas fertur pompa et equi currunt (è uno spazio ludico la cui forma circolare è definita dalla costruzione dei posti per il pubblico – spectacula – e dove sia la pompa sia i cavalli in corsa giravano intorno alle mete). E’ l’etimologia che a fine VI-inizi VII sec. d. C. riprende Isidoro di Siviglia (Origines, XVIII, 38): Est autem circus omne illud spatium quod circuire equi solent. Hunc Romani dictum putant a circuitu equorum, eo quod ibi circum metas equi currunt (“Il circo è l’intero spazio circolare all’interno del quale sono soliti girare i cavalli. I Romani ritengono che il nome di questo luogo derivi appunto da circuitus, poiché i cavalli lì corrono attorno alle mete”). Tertulliano (spect. , VIII, 1 -3) offre invece un’altra etimologia: il nome viene da Circe che vi organizzò il primo spettacolo, dedicato al padre Sole. L’edificio sarebbe dunque consacrato al Sole, di cui c’era un tempio nel mezzo (forse l’obelisco, simbolo solare). Inoltre dice che ogni ornamento nel circo è cosa sacra, come gli ova dedicati a Castore e Polluce o i delfini in onore di Nettuno. L’autore sottolinea dunque il carattere connesso al culto dell’edificio. Circus in latino significa infatti anello, cerchio, ma anche astronomicamente orbita: il nome viene a delineare uno spazio circolare in qualche modo correlato anche simbolicamente all’orbita celeste e privilegia la forma e il significato simbolico della costruzione, mentre ha perso ogni riferimento al cavallo del termine greco.

Va sottolineato che anche Vitruvio pone in stretta relazione circhi e templi, menzionando il

Va sottolineato che anche Vitruvio pone in stretta relazione circhi e templi, menzionando il tempio di Cerere presso il circo Massimo (III, 3, 5) e affermando che nelle città dove non vi siano ginnasi né anfiteatri il tempio di Ercole va posto presso il circo. Il circo in effetti sembra aver acquisito nel mondo romano una precisa valenza cultualesimbolica: i 12 carceres rappresentavano le costellazioni attraverso le quali passa il sole nella sua corsa annuale, l’obelisco raffigurava il sole, le 4 fazioni (prasina, russata, veneta, albata, rispettivamente vestite di verde, rosso, azzurro e bianco) rimandavano alle 4 stagioni ecc. : era lo spazio di riunione di un ampio pubblico che rispondeva meglio di qualunque altro al concetto di universalità. Da Varrone e Isidoro (stessi passi citati) abbiamo anche molte precisazioni terminologiche sugli apprestamenti dell’edificio: Varrone: In circo primum unde mittuntur equi, nunc dicuntur carceres. Isidoro: Ornamenta circi: ova, meta, obiliscus, carcer.

Il più antico circo conosciuto è il Circo Massimo a Roma (probabilmente strutturato in

Il più antico circo conosciuto è il Circo Massimo a Roma (probabilmente strutturato in una prima forma già dal VI sec. a. C. ). Alcune fonti (un glossatore tardo e Zosimo – seconda metà V sec. ) attestano l’esistenza in età arcaica anche di un probabile circo a strutture provvisorie, il Trigarium, il cui nome deriva da triga, un tipo di carro arcaico tirato da tre cavali, in uso nel periodo etrusco. Esso è stato localizzato nell’area NO del Campo Marzio: poteva trattarsi solo di un area di allenamento per cocchi e cavalli, ma da Festo (190 L, 71 L, 117 L) abbiamo notizie che vi si tenevano vere e proprie corse di Palatino cavalli, quali, pare, anche gli Equirria in onore di Marte.

In età repubblicana le strutture del Circo Massimo di età etrusca conobbero ampie modifiche

In età repubblicana le strutture del Circo Massimo di età etrusca conobbero ampie modifiche e migliorie, che ci sono attestate dalle fonti letterarie: Livio colloca nel 329 a. C. la costruzione dei carceres (8, 20, 2) e nel 196 a. C. la costruzione di un arco a carattere decorativo e non funzionale ai giochi (forse monumentalizzazione dell’accesso al centro del lato curvo? ), realizzato a opera di L. Stertinio (33, 27, 3 -4); nel 174 a. C. menziona oltre ai carceres, ova, metas e caveas ferreas (forse grate di ferro per allestire anche venationes nello spazio agonale? ) (41, 27, 6). Ma fu con Cesare e Augusto che il Circo Massimo divenne una costruzione monumentale, differenziandosi così dalle forme dell’ippodromo greco, che probabilmente lo avevano caratterizzato fino a quel momento. Attorno al 46 a. C. vennero con buona probabilità costruite le gradinate; in età augustea ogni elemento dell’edificio acquisì un suo proprio, notevole valore decorativo: con Agrippa la spina, ormai in marmo, fu dotata di delfini bronzei e nel 10 a. C. Augusto vi piantò l’obelisco di Ramses II proveniente dal tempio del Sole di Hierapolis (h m 23, dal 1589 fatto portare da Sisto V in Piazza del Popolo).

Una descrizione molto attenta dell’edificio in età augustea ci viene da Dionigi di Alicarnasso

Una descrizione molto attenta dell’edificio in età augustea ci viene da Dionigi di Alicarnasso (ant. rom. , III, 68, 2 -4): esso era lungo m 650 x 125 e attorno ad esso era scavato un canale per il drenaggio delle acque pluviali. Dietro il canale erano costruiti portici alti tre piani : il piano inferiore aveva sedili di pietra, mentre gli altri due di legno. I due portici più lunghi erano uniti per mezzo di quello breve a forma lunata, ed erano capaci di contenere 150. 000 persone. L’altro lato breve conteneva stalli arcuati da cui partivano i cavalli con un sistema di apertura simultanea azionato da una corda. All’esterno tutto attorno sorgeva un portico che comprendeva botteghe e ingressi e rampe per il pubblico.

Inoltre Augusto stesso nelle Res gestae (19) racconta di aver fatto costruire un pulvinar

Inoltre Augusto stesso nelle Res gestae (19) racconta di aver fatto costruire un pulvinar ad Circum Maximum, ovvero una tribuna da cui Svetonio (Aug. , XLV, 1 -2) racconta che assisteva personalmente con la sua famiglia ai circenses: la traduzione nella versione greca delle res gestae come naós, fa capire che si trattava di uno spazio sacro, più che di una semplice tribuna. Del resto anche l’obelisco portato qui nascondeva un valore più profondo del riferimento alla vittoria sull’Egitto: l’obelisco infatti era un antico simbolo di regalità, nel mondo orientale legato, come si è detto, al Sole, creatore dell’ordine cosmico e legittimatore delle prerogative del pinceps. Insomma, con Augusto il circo viene arricchito di elementi simbolici portatori di un preciso messaggio. E’ in questo momento che l’edificio, come ricorda ancora Livio, viene definito appunto Massimo. Da questo momento in poi l’impianto architettonico rimase invariato, ma tanti imperatori vi apportarono aggiunte, modifiche e restauri, specialmente a seguito di rovinosi incendi: Claudio rifece i carceres in marmo e sostituì con mete dorate le precedenti lignee (Svet. , Claud. , 21, 3); Nerone (Svet. , Ner. , 25, 3) coprì l’euripo per aggiungere nuovi posti per i cavalieri, tanto che Plinio valuta la in quel momento a 250. 000 spettatori (nat. hist. 36, 102).

Tito fece costruire al centro del settore curvo delle gradinate un grande arco a

Tito fece costruire al centro del settore curvo delle gradinate un grande arco a tre fornici, per celebrare il trionfo giudiaco in sostituzione di quello precedente di Stertinio: la sua esistenza è comprovata da in alcuni frammenti della Forma urbis.

Una radicale trasformazione si deve in particolare a Traiano: il Panegirico di Plinio il

Una radicale trasformazione si deve in particolare a Traiano: il Panegirico di Plinio il Giovane ne è la descrizione più accurata (51, 2 -5). L’autore insiste in particolare sulla facciata enorme (immensum latus circi): Altri interventi di restauro furono realizzati da Antonino Pio, a seguito del crollo di strutture (forse la porticus sommitale) che provocò un migliaio di vittime, stando a un cronografo di IV sec. d. C. Gli ultimi grandiosi interventi di restauro si devono a Costantino, celebrati da Aurelio Vittore (Caes. , XL, 27: circus Maximus excultus mirifice): egli fece trasportare a Roma un altro obelisco che il figlio Costante, come racconta Ammiano Marcellino (XVII, 4, 12 -16) fece poi collocare sulla spina. Proveniente dal tempio di Amon a Tebe, in granito rosso, è il più alto degli obelischi romani (m 32): spezzato in tre tronconi, rimase sotterrato per secoli fino al rinvenimento di Sisto V, al suo restauro e alla sua ricollocazione in Piazza S. Giovanni Laterano.

Il Circo Massimo non fu il solo a Roma: già attorno al 220 a.

Il Circo Massimo non fu il solo a Roma: già attorno al 220 a. C. era stato costruito il circo Flaminio a opera del censore C. Flaminius Nepos, che è anche il costruttore della via Flaminia. Lo spazio allungato nella zona del Campo Marzio a ovest del teatro di Marcello, dove è stato collocato sulla base in particolare della Forma urbis, non ha mai restituito murature, il che ha fatto pensare che non si trattasse di un circo nel senso monumentale del termine, ma solo di un’area attrezzata per corse e per manifestazioni e riunioni politiche.

A Caligola e Nerone si deve un altro grande circo (ricordato come luogo del

A Caligola e Nerone si deve un altro grande circo (ricordato come luogo del martirio di S. Pietro), ma di carattere privato e solo talvolta aperto al pubblico (capienza attorno ai 20. 000 spettatori): per quanto non ne sopravviva alcun resto strutturale, la sua posizione è stata individuata puntualmente in zona vaticana. Era anch’esso provvisto di un obelisco portato dall’Egitto per ordine di Caligola, quello che oggi si eleva in Piazza S. Pietro. Stando ad alcuni studiosi Vespasiano restituì l’area al pubblico, trasformandolo in un vasto prato, prima che fosse occupato dalle necropoli (già dalla metà del sec. II d. C. ). Obelisco oggi

Altri due circhi di Roma erano di proprietà privata: il circo detto Variano avviato

Altri due circhi di Roma erano di proprietà privata: il circo detto Variano avviato da Caracalla e completato da Eliogabalo, che era parte integrante della residenza imperiale sull’Esquilino, cui era pertinente anche il citato anfiteatro castrense, già proprietà di Settimio Severo (Horti Spei Veteris), ampliata poi con Eliogabalo (Horti Variani, dai precedenti proprietari dell’area). Probabilmente già Caracalla vi fece collocare l’obelisco oggi al Pincio (in origine voluto da Adriano per ricordare Antinoo). 3 1 2 1. S. Croce in Gerusalemme; 2. anfiteatro Castrense; 3. circo Variano

Infine il circo di Massenzio, realizzato all’interno del complesso monumentale lungo la via Appia,

Infine il circo di Massenzio, realizzato all’interno del complesso monumentale lungo la via Appia, che comprendeva anche il palazzo imperiale e il mausoleo del figlio. Del circo sono oggi visibili parte del muro di cinta e le due torri che si ergevano ai lati dei carceres. La costruzione, in laterizi, misurava m 520 x 92: al centro della spina si trovava un obelisco, che oggi si può ammirare in Piazza Navona, elevato a coronamento della Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini.

L’articolato impianto sostruttivo, in cui è impiegata la tecnica di alleggerimento della volta mediante

L’articolato impianto sostruttivo, in cui è impiegata la tecnica di alleggerimento della volta mediante l’uso di anfore (tipico del IV sec. d. C. ) assicurava il sostegno delle gradinate, molto inclinate rispetto alla pista. La spina, lunga m 296 e quindi esattamente 1000 piedi, era leggermente obliqua rispetto all’asse del circo e presentava 10 vasche collegate a grandi cisterne sotterranee che fornivano l’acqua per inumidire la pista, rinfrescare i cavalli e raffreddare i mozzi delle ruote. Sulla spina erano anche 10 basamenti che sostenevano i vari elementi decorativi e funzionali alle corse, di cui si sono trovati vari frammenti nel corso degli scavi ottocenteschi.

Fotografia aerea del circo romano di Merida: i circhi erano costruzioni enormi e costosissime

Fotografia aerea del circo romano di Merida: i circhi erano costruzioni enormi e costosissime e poche città ne erano dotate (una cinquantina attestati in tutto l’Impero). L’ampio numero di menzioni letterarie ed epigrafiche e di immagini iconografiche (vedi slide seguenti) di corse coi carri testimonia che questi spettacoli venivano ampiamente organizzati nelle città dell’Impero, ma probabilmente in spazi suburbani, con strutture mobili per gli spettatori.

Legame dei circhi con l’imperatore e il potere imperiale: i soli circhi noti in

Legame dei circhi con l’imperatore e il potere imperiale: i soli circhi noti in Italia sono strettamente legati alla figura dell’imperatore o a membri della famiglia imperiale. Vedi il circo augusteo-tiberiano di Bovillae luogo d’origine tradizionale della gens Iulia, che sembra far parte assieme al teatro di una proprietà imperiale ed essere destinato alle celebrazioni dinastiche. Una situazione simile si può pensare ad Anzio, dove si è proposto di riconoscere in alcuni resti nella villa della dinastia giulio-claudia un circo, peraltro attestato da alcune fonti epigrafche. Forse anche nella villa di Antonino Pio a Lorium esisteva un circo, dato che un’iscrizione menziona ludi circenses celebrati nel giorno dell’adozione dell’imperatore da parte di Adriano.

Anche nelle province occidentali alcuni circi come quello di Tarragona, sono legati alla celebrazione

Anche nelle province occidentali alcuni circi come quello di Tarragona, sono legati alla celebrazione dinastica: in particolare nella città spagnola il circo, databile alla fine del I sec. d. C. e di dimensioni ridotte (m 325 x ca. 70), faceva parte del foro provinciale articolato su tre terrazze: quella superiore ospitava il recinto del culto imperiale, quella media la platea forense, la più bassa appunto il circo.

Se in Grecia i circhi restano rari, per la prevalenza del modello di Olimpia,

Se in Grecia i circhi restano rari, per la prevalenza del modello di Olimpia, nelle province orientali quali Siria, Palestina, Egitto nel II-III sec. d. C. vengono realizzati ippodromi monumentali, sullo schema del circo romano (probabilmente fu il legame con il simbolismo astrale e con la religione a permettere la diffusione di questo edificio, cosa che invece non accadde con l’anfiteatro). Le fonti letterarie ed epigrafiche, tuttavia, presentano una grande confusione semantica, per cui tali edifici vengono per lo più definiti come “ippodromi” o “stadi”. Resta il problema di capire se il loro uso fu simile a quello occidentale: ad es. le loro arene strette che potevano prevedere solo da 8 a 10 carri non si adattavano facilmente al sistema delle 4 fazioni romane che prevedevano 12 carri. Cesarea Gerasa

Uno dei circhi più famosi dell’Oriente fu l’ippodromo di Bisanzio, iniziato da Settimio Severo

Uno dei circhi più famosi dell’Oriente fu l’ippodromo di Bisanzio, iniziato da Settimio Severo e completato da Costantino: esso conservò il nome greco, ma derivò la forma architettonica dal circo di tipo romano. Si conservano resti delle murature di sostruzione del lato curvo, l’obelisco da Heliapolis fatto apporre da Teodosio I e una colonna serpentiforme da Delfi. Su uno dei quattro lati del basamento dell'obelisco è rappresentato in basso il circo con al centro la spina di cui si vedono due obelischi, un arco ed alle due estremità le metae tricuspidate; nella parte superiore il palco imperiale con l'imperatore e la corte.

Lo stadio nel mondo greco era un luogo destinato alle competizioni atletiche, così denominato

Lo stadio nel mondo greco era un luogo destinato alle competizioni atletiche, così denominato perché la pista in cui si svolgevano tali competizioni era lunga appunto uno stadio, misura corrispondente a 600 piedi (m 185 ca. ). All’origine lo stadio doveva essere una semplice pista in terra battuta con installazioni provvisorie per gli spettatori; poi acquisì la forma di un rettangolo, con uno dei lati addossato ad un pendio collinare, oppure con entrambi i lati appoggiati a due pendii, su cui si disponevano le gradinate per il pubblico, per lo più probabilmente ancora lignee (vedi stadio di Epidauro nella fase di IV sec. a. C. ). In epoca ellenistica (ma con alcune anticipazioni) lo stadio acquista la forma tipica di un rettangolo molto allungato (la pista in terra battuta era lunga 600 piedi e larga intorno ai 200 = m 60 ca. ), con uno dei lati corti (quello da cui avevano inizio le corse) rettilineo e con il lato opposto curvilineo e presenta gradinate lapidee. La somiglianza formale con la pianta del circo ha comportato che già nell’antichità i due monumenti talora venissero confusi, ma le loro funzioni erano diverse (per quanto in epoca imperiale nelle province orientali si organizzassero anche corse coi carri negli stadi) e così le loro dimensioni e gli arredi. 1 2 3 4 Rapporti dimensionali: 1. Teatro Marcello; 2. Stadio di Domiziano; 3. Anfiteatro flavio; 4. Circo Massimo.

Stadi sono documentati, ad esempio, nelle poleis greche di Olimpia, Delfi, Atene, Epidauro, a

Stadi sono documentati, ad esempio, nelle poleis greche di Olimpia, Delfi, Atene, Epidauro, a Priene ed Efeso in Asia Minore, ad Alessandria d’Egitto e nell’isola di Delo. Quello di Olimpia è ben documentato in seguito agli scavi intrapresi nel sito nel 1958 da un’équipe di archeologi tedeschi: esso risale alla seconda metà del V sec. a. C. , epoca di massimo splendore per la città, ed era destinato alle gare di corsa durante i giochi olimpici. Lo stadio era dotato di una pista di 192 metri di lunghezza e di 12 ordini di gradinate in grado di ospitare fino ad un massimo di 7. 000 spettatori. A Delfi la costruzione attualmente conservata, che risale al sec. II d. C. , è dovuta a Erode Attico, che lo dotò di sedili in calcare locale, capaci di ospitare ca. 6500 spettatori.

L’introduzione a Roma di gare atletiche e di strutture a queste funzionali è attestato

L’introduzione a Roma di gare atletiche e di strutture a queste funzionali è attestato dalle fonti letterarie: il primo a presentare a Roma ludi ginnici sembra sia stato M. Fulvio Nobiliore nel 186 a. C. per celebrare la vittoria nella guerra etolica: come racconta Livio multi artifices ex Graecia venerunt (39, 22, 2). Cesare dovette costruire una sede apposita per tali spettacoli: Svetonio racconta che nei giorni del trionfo del 46 a. C. furono organizzate anche gare atletiche di tre giorni in uno stadio temporaneamente eretto in Campo Marzio (athletae stadio ad tempus extructo regione Marti campi certaverunt per triduum: Caes. , 39, 3). Anche Augusto costruì nel Campo Marzio una struttura lignea per gare atletiche (Svet. , Aug. , 43, 1), ma fu Domiziano a realizzare negli anni 86 -90 d. C. il primo stadio in muratura (di cui l’attuale Piazza Navona restituisce esattamente la planimetria) per accogliere un certamen quinquennale in onore di Giove Capitolino (vedi anche odeon), ma forse anche dei munera.

Un’immagine dell’edificio è rappresentata in un aureo di Settimio Severo: in primo piano è

Un’immagine dell’edificio è rappresentata in un aureo di Settimio Severo: in primo piano è la facciata di uno dei lati lunghi con al centro un ingresso monumentale: la facciata è articolata su due ordini di arcate che si concludono in una campata all’estremità, forse ad attestare un ingresso sul lato curvo breve. L’altro lato lungo è visto dall’interno. Vi si vedono podisti, lottatori, due pugili e forse l’ultimo a destra un lanciatore di giavellotto impegnati nelle gare: della struttura architettonica si distingue una serie di elementi curvilinei, forse decorazioni acroteriali.

La pista dello stadio di Domiziano misurava 1. 5 stadi (= m 265) x

La pista dello stadio di Domiziano misurava 1. 5 stadi (= m 265) x m 54, ma la larghezza compresa la cavea arrivava a più di m 100 (30. 000 spettatori). La facciata era costituita da arcate che poggiavano su pilastri di travertino inquadrati da semicolonne ioniche e presentava anche un secondo ordine, con ogni probabilità corinzio (“Theatermotiv”). Le sostruzioni erano costituite da tre ambulacri, di cui uno dietro la facciata e uno sotto il podio: le murature erano in opera cementizia con paramenti in mattoni. Gli accessi principali erano al centro del lato curvo e di quelli lunghi, ma probabilmente ce n’era uno anche sull’altro lato breve (di questo settore nulla si è conservato). Restano in vista tratti delle sostruzioni del lato curvo, scavate nel 1936. Numerosi sono i gruppi marmorei e le statue singole, che dovevano essere ubicate nei fornici superiori o nelle nicchie delle aule del piano terreno, rinvenuti nelle immediate vicinanze dello Stadio: tra queste forse il cd. Pasquino, copia di un gruppo ellenistico con Menelao che sostiene Patroclo.

Con lo stadio di Domiziano a Roma si definì una nuova tipologia architettonica che

Con lo stadio di Domiziano a Roma si definì una nuova tipologia architettonica che aveva come modello il circo Massimo nella forma complessiva e nella leggera divergenza dei lati lunghi, ma se ne differenziava per molti aspetti, fra cui dal punto di vista architettonico soprattutto il fatto che nelle sostruzioni si amplificavano gli spazi aperti dove si poteva circolare liberamente. La ridotta frequenza di tali edifici in Italia e nelle province occidentali si spiega con l’occorrenza di anfiteatri e circhi che potevano essere usati come sedi anche di spettacoli atletici. Un raro modellino marmoreo di stadio è stato trovato a Villa Adriana a Tivoli, ma l’edificio non è ancora stato individuato sul terreno, per cui non sappiamo se esso fosse stato costruito o se fosse rimasto nei voti dell’imperatore. Si tratta di un modello progettuale di grande interesse in cui sono codificati planimetria e rapporti dimensionali del monumento: in tal caso è ridotta la larghezza della pista, ma va considerata la sua destinazione privata. E’ significativo che l’imperatore filelleno Adriano avesse voluto nella sua villa un edificio ludico come questo che aveva le sue origini in Grecia.

Il solo stadio attestato archeologicamente in Italia è quello di Pozzuoli: esso era costruito

Il solo stadio attestato archeologicamente in Italia è quello di Pozzuoli: esso era costruito su una terrazza a picco sul mare ai margini settentrionali della città antica, con un lato lungo disposto parallelamente alla via Domiziana. Le dimensioni imponenti dell’arena (318 x 47) hanno fatto pensare ad alcuni studiosi che si trattasse più propriamente di un circo, ma l’istituzione di giochi greci da parte di Antonino Pio nella città nel 138 d. C. e la sua menzione in due delle tre fiaschette vitree di fine III-inizi IV sec. d. C. , opera di artigiani locali, confermano che si trattava di uno stadio.

In Asia Minore invece l’edificio è frequentemente attestato per la continuità con la tradizione

In Asia Minore invece l’edificio è frequentemente attestato per la continuità con la tradizione greca (Perge, Efeso, Aspendos, Afrodisia in Caria ecc. ). Per lo più in questi edifici le gradinate erano ricavate sfruttando il pendio naturale, ma non mancano gli apparati sostruttivi, dove il terreno li rendeva necessari. Ad Afrodisia l’edificio, probabilmente giulio-claudio, sfruttava una conca naturale a nord della città e poteva ospitare 30. 000 spettatori. Lo stadio di Domiziano rappresenta l’unico edificio di questa tipologia interamente autoportante.