I cattivi nella letteratura greca Rappresentazioni della negativit

































































































































































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I cattivi nella letteratura greca. Rappresentazioni della negatività e del nemico da Omero ai Cristiani Storia della Lingua Greca Laurea Specialistica in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica a. a. 2008/2009 – C. Neri camillo. neri@unibo. it
E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione. (E. De Amicis, Cuore, Milano 1886, 25 ottobre) prologo
• la definizione di un’identità • il disvelamento di un’ideologia • la rassicurante conferma di un modello di comportamento i cattivi come costruzione linguistica e letteraria la faccia del cattivo
un incontro di persone in ricerca presentazioni reciproche: attese e obiettivi presentazione del corso: • gli obiettivi • i modi • programma e calendario • le verifiche • il materiale
gli obiettivi • approfondire una lingua nei suoi contesti • comunicare, insegnare, autovalutarsi • fare ricerca: strumenti e metodi
i modi • lezioni introduttive e finestre di approfondimento • lezioni-Referate • seminari di studio (facoltativi)
programma e calendario • il programma e la tabella delle lezioni • i libri in programma • date degli appelli
le verifiche • autovalutazione: le schede di verifica • Referate • esame finale: il testo e il saggio
il materiale http: //www 2. classics. unibo. it/Didatti ca/Programs/20082009/Neri/
parole per condannare il male κακό ς cattivo ἐχθρός nemico αἰσχρός turpe
FRANTI E. De Amicis, Cuore, Milano 1886
A un tratto Franti, quella brutta faccia, salì sur un banco, e facendo mostra di portare due cesti sulle braccia, scimmiottò la mamma di Crossi, quando veniva ad aspettare il figliuolo alla porta; perché ora è malata. Molti si misero a ridere forte. Allora Crossi perse la testa, e afferrato un calamaio glie lo scaraventò al capo di tutta forza; ma Franti fece civetta, e il calamaio andò a colpire nel petto il maestro che entrava. la prima impresa (26 ottobre)
- quando uno piange, egli ride - trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo - provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male - ci ha qualcosa che fa ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi - ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco - odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro - egli si dibatteva, digrignava i denti: si fece trascinare fuori a viva forza lo stile (21 gennaio)
E quell’infame sorrise. Ma Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo. l’aristia e l’epilogo (28 gennaio, 6 marzo)
la cattiveria di Franti • la torbida bruttezza • il disordine sfacciato • la violenza contro i deboli • la vigliaccheria • il riso Il riso è satanico: è dunque profondamente umano
ENRICO BOTTINI U. Eco, Diario minimo, Milano 1963
L’unica volta che Enrico si tradisce e ci mostra la madre di Franti che si precipita in classe a implorare perdono per il figlio punito, affannata coi capelli grigi arruffati, tutta fradicia di neve, avvolta da uno scialle, curva e tossicchiante, ci lascia capire che Franti ha dietro di sé una condizione sociale, e una stamberga malsana, e un padre sottoccupato, che spiegano molte cose. Ma per Enrico tutto questo non esiste, egli non può capire il pudore di questo ragazzo che di fronte all’impudicizia feudale della madre che si getta, davanti alla scolaresca, ai piedi del Direttore e di fronte all’intervento melodrammatico di quest’ultimo (“Franti, tu uccidi tua madre!”, eh via, dove siamo? ), cerca un contegno nel sorriso, per non soccombere nello strame. la giustificazione sociologica (p. 84)
Quando Crossi gli tira un calamaio egli fa civetta, e il calamaio va a colpire il maestro che entrava. Civetta meritoria quant’altre mai, dunque, perché questo maestro è lo stesso ributtante leccapiedi che in un diverbio tra Coraci (il calabrese) e Nobis, dà ragione a Coraci e torto a Nobis, ma a Nobis dà del voi mentre a Coraci dà del tu. Dà del tu anche a Franti, naturalmente, perché costui non ha un padre distinto con una gran barba nera. l’igienico ribellismo (p. 85)
Franti, se diamo ascolto ad Enrico, ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo sorriso cinico è stereotipo, quasi deformante; chi ride così certo non è contento, oppure ride perché ha una missione. Franti nel cosmo del Cuore rappresenta la Negazione, ma – strano a dirsi – la Negazione assume i modi del Riso. Franti ride perché è cattivo – pensa Enrico – ma di fatto pare cattivo perché ride. Quello che Enrico non si domanda è se la cattiveria di chi ride non sia una forma di virtù, la cui grandezza egli non può capire poiché tutto ciò che è riso e cattiveria in Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio di un cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico il riso rivoluzionario (p. 86) prospera e si ingrassa.
Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone a quanto una società identifica con il Bene, ed il Riso, lo strumento con cui il novatore occulto mette in dubbio ciò che una società considera come Bene, apparirà col volto del Male, mentre in realtà il ridente – o il sogghignante – altro non è che il maiueta di una diversa società possibile [. . . ]. Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride. l’anarchia maieutica (pp. 89 s. )
Tra questi poli è l’Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell’ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo [. . . ]. E ti educava così questo figlio alla violenza e alla retorica nazionale, all’interclassismo corporativista e all’umanitarismo paternalista, sì che svolgendosi la vicenda nell’ottantadue, possiamo immaginarci Enrico interventista quarantenne (e quindi a casa, da tavolino), all’inizio della guerra, e professionista fiancheggiatore delle squadre d’azione nel ventidue, lieto infine che il Paese sia andato in mano a un uomo forte garante dell’ordine e della fratellanza. il cripto-cattivo (pp. 82 s. )
la cattiveria di Enrico • la torbida ipocrisia • il socialismo paternalista • l’interclassismo a-rivoluzionario • l’ordine fascista • il non riso Il Riso è lo strumento con cui il novatore occulto mette in dubbio ciò che una società considera come Bene. (U. Eco)
NEGATIVITÀ TOTALE DEMONIZZAZIONE
TERSITE Iliade II
Iliade II 188 s. , 198 s. ὃν τινα μὲν βασιλῆα καὶ ἔξοχον ἄνδρα κιχείη τὸν δ᾽ ἀγανοῖς ἐπέεσσιν ἐρητύσασκε παραστάς·. . . ὃν δ᾽ αὖ δήμου τ᾽ ἄνδρα ἴδοι βοόωντά τ᾽ ἐφεύροι, τὸν σκήπτρῳ ἐλάσασκεν ὁμοκλήσασκέ τε μύθῳ· e quando (Odisseo) si imbatteva in un sovrano e in un uomo di spicco, / gli si accostava con dolci parole, provava a trattenerlo. . . se invece uno del popolo vedeva, lo coglieva a strillare, / lo incalzava di scettro, con le parole lo rimproverava.
la cattiveria di Tersite • la deforme bruttezza • la ghignante contestazione del potere • l’amore per la disputa e per la discordia • la propensione all’insulto • il disfattismo demagogico • la turpe cattiveria irrisa Il riso degli integrati come conferma dei valori in
I POTENTI ΔΩΡΟΦΑΓΟΙ Esiodo, Opere e giorni
Esiodo, Opere e giorni 263 s. ταῦτα φυλασσόμενοι, βασιλῆς, ἰθύνετε μύθους, δωροφάγοι, σκολιέων δὲ δικέων ἐπὶ πάγχυ λάθεσθε. A questo state attenti, o re, addrizzate, mangiatori di doni, / i discorsi, e scordatevi del tutto dei giudizi sovvertiti.
la cattiveria dei potenti δωροφάγοι • la violenza • l’arrogante arbitrio del potere • la sconsideratezza • l’incuria del futuro Dike e i trentamila guardiani: la teodicea e le disgrazie cosmiche e sociali come punizione divina
Lingue letterarie e lingue parlate Il greco (tranne, parzialmente, glosse e iscrizioni, che peraltro sono ‘formalizzate’) è per noi una lingua letteraria (ma ciò, come sempre avviene per le lingue antiche, è dovuto anche al processo della tradizione). Il complesso dei linguisti e il sospetto verso le lingue letterarie: l’esempio del latino da Augusto al Rinascimento (o al Concilio Vaticano II) e del sanscrito, il divaricarsi dei piani. Le lingue letterarie come forme ‘normalizzate’ del parlato e come insiemi compatti di regole fissate e codificate e le lingue parlate come incerti oggetti di ricerca (quale lingua parlata? quali atlanti linguistici? ). L’importanza, anche modellizzante, delle lingue letterarie (es. il gotico di Ulfila, lo slavone di Salonicco di Cirillo e Metodio, l’armeno dei primi traduttori biblici, l’arabo del Corano) e le lingue comuni in nuce (es. di Dante, Petrarca e Boccaccio). La lingua letteraria è uno dei mezzi di azione di un gruppo di individui dotati di forza e di coscienza di sé; non di rado una lingua letteraria diventa lingua comune.
Dal parlato alla ‘letteratura’ La difficile individuazione del parlato (l’esempio di Erodoto I 142 e delle diverse lingue ioniche) e i presunti ‘rispecchiamenti’ (Ipponatte e la commedia). Le lingue letterarie, come anche le lingue religiose, sono un tipo particolare di lingue ‘speciali’ o ‘tecniche’. Parlate locali (ogni gruppo locale ha la sua) e parlate speciali (gruppi professionali, esercito, sport). Il carattere esoterico e ‘segreto’ delle lingue speciali, che le rende così difficili da studiare. I caratteri delle lingue speciali: il mantenimento della fonetica e del sistema grammaticale, e la differenziazione lessicale (il lessico ha una certa autonomia ed è più facilmente modificabile: l’es. dell’armeno zingaresco); forestierismi, neologismi, slittamenti semantici.
Lingue letterarie religiose e profane Le lingue religiose: il passaggio dall’umano al divino e l’esigenza di discontinuità e di oscurità (terminologica e sintattica: l’es. di Ahura Mazda h); le Ga tha , gli inni vedici, il Carmen fratrum Arvalium, l’Inno a Zeus dell’Agamennone di Eschilo. Il processo di laicizzazione delle lingue religiose: l’intervento di elementi esterni (i re stranieri in India) e il proselitismo (l’alfabeto gotico, slavo, armeno). Il processo di cristallizzazione e di irrigidimento indotto dalle lingue religiose divenute letterarie: la chiave di interpretazione della realtà e la meccanizzazione del pensiero. L’internazionalismo delle lingue letterarie. Le lingue letterarie di origine profana: thul islandesi, filé
Il greco come lingua profana Il diletto delle aristocrazie, le feste pubbliche, l’espressione di sentimenti individuali; la scarsa incidenza dell’elemento religioso sulla lingua e sulla letteratura elleniche. I caratteri delle lingue letterarie: arcaismo e dialettalismo (il dialetto diverso da quello su cui riposa la lingua corrente); differenze grammaticali (il passato remoto, il congiuntivo, …), fonetiche (gorod e grad in russo), lessicali (corsiero, affinché, concerne, sono a dirle, èspleta; l’esempio dei Cechi e dei Francesi: ordinateur e computer), di ordo verborum (le esigenze di autonomia e completezza delle frasi letterarie). Parlato (varietas e irregolarità grammaticale, monotonia nei tipi di frase e nel lessico) versus letterario (regolarità [monotonia] grammaticale, varietà nei tipi di frase e nel
La lingua di Omero? Il fantasma del testo di Omero: prima e dopo Alessandria. L’età prealessandrina: il sostrato eolico (ma tessalico e beotico, non lesbico) e le differenti spiegazioni degli eolismi omerici; il sostrato arcadico-cipriota; la fase ionica; l’edizione pisistratidea e l’atticizzazione (? ); il metacarakthrismov~ ionico del 403 (l’esempio di EOS); edizioni kat’ a[ndra e kata; povlin. L’età alessandrina e postalessandrina: il lavoro degli Alessandrini (Zenodoto, Aristofane di Bisanzio) e le edizioni ‘selvagge’ dei papiri; Aristarco e la sua scuola; l’erudizione ellenistica (Aristonico e Didimo, Erodiano e Nicanore: il commento dei quattro); il Venetus A e la tradizione medioevale. Il problema degli arcaismi: il testo come risultato di un continuo compromesso tra le esigenze della tradizione e della metrica da un lato e della modernizzazione e dell’uditorio dall’altro. La fissazione del testo omerico risale a un’epoca in cui la pronuncia si era già differenziata rispetto a quella degli antichi aedi. Le differenze/oscillazioni (dovute al destinatario: Ioni, Eoli, ecc. ) già nel testo antico.
Incoerenze omeriche L’azione del digamma (ü) ‘scoperto’ da Richard Bentley: a) i 350 casi in cui ü fa posizione nei tempi forti dell’esametro (ma non nei deboli). b) i migliaia di casi in cui ü evita lo iato. c) la consonante che si sta indebolendo (il passaggio da Omero a Esiodo). Il dativo plurale delle declinazioni tematiche: le forme antiche ‑oisi e ‑h/si e le forme recenti ‑oi~ e ‑h/~/‑ai~. Forme non contratte e forme contratte: a) il genitivo singolare: ‑oio, ‑oo e ‑ou/‑ w. b) le contrazioni indebite (deivdoa ed hjova).
La palaia; ÆIav~: diacronia e sincronia Le forme eoliche nelle iscrizioniche di Chio, e le forme eoliche metricamente ‘protette’. Il passaggio di a a h. I duali in ‑a , i gen. in ‑ao e in ‑avwn, la ov~ / nhov~. I nomi di Posidone e degli Ioni. Le forme dell’articolo plurale. Forme con nasali geminate e pronomi personali. Esiti di labiovelari. Desinenze di infiniti. I participi perfetti in ‑nt‑. Dativi plurali in ‑essi e aoristi in ‑ss‑. Le varie forme delle preposizioni (prov~, potiv, protiv). I nomina agentis: ‑ twr/‑thr per i nomi semplici e ‑ta ~/‑th~ per i composti (come in eolico).
Una lingua letteraria e internazionale L’uso incoerente e ‘versificatorio’ del duale (o[sse, ojfqalmov~). Il pubblico aristocratico (l’esempio di Tersite) e la corporazione internazionale degli aedi. I composti ‘letterarizzanti’ e termini peregrini (glw`ttai). Opera ‘aperta’, formularità, pensiero individuale e libero dei personaggi.
Il carattere arcaico della lingua epica La presenza intermittente dell’aumento, non rintracciabile in alcun testo di prosa. L’autonomia degli avverbi, non ancora preposizioni o preverbi. L’alternanza di ‑ss‑ con ‑s‑ : tovsso~ e tovso~, mevsso~ e mevso~, (ej)kavlesa ed (ej)kavlessa. La progressiva scomparsa (non rivoluzionante) di alcune libertà e di alcune
IL MILES GLORIOSUS Archiloco, fr. 114 W. 2
la cattiveria del miles gloriosus • la smentita della kalokagathia • l’apparenza contro la sostanza • la rasatura come segno di mollezza • la cura di sé come “legge di Paride” La rivalutazione militar-simposiale delle gambe che resistono.
PITTACO Alceo, fr. 129 V.
la cattiveria di Pittaco • il tradimento degli dèi protettori • il tradimento dei compagni morti • il tradimento dell’eteria • l’asservimento del demos e della polis • l’attitudine al doppio gioco La logica di parte e l’inaccettabile pretesa di chi si pone al di sopra delle parti
ARTEMONE Anacreonte, PMG 388
la cattiveria di Artemone • il look del ‘coatto’ • le cattive compagnie • la vita ‘falsa’ e volgare • la schiavile abitudine alla pena • l’ostentazione di un lusso recente e posticcio L’ironia del simposio aristocratico sui ‘villan rifatti’ dei ceti emergenti
ARCHILOCO MALEDICO Pindaro, P. 2, 49 -56
la cattiveria del malédico • la parola ardita e pesante • il morso dell’odio e del turpiloquio • l’incuria del destino stabilito dagli dèi • l’incapacità di stare al proprio posto • povertà e insipienza La ricchezza e la sapienza come misura e come σωφροσύνη
L’invenzione dell’articolo Il primo manifestarsi dell’individualità e del presente nella lirica greca arcaica: il mito come confronto, la sentenza e lo snodo tra particolare e universale, l’io e il sentimento, la mobilità dello spirito (B. Snell). La formazione (autoctona soltanto in Grecia) dei concetti scientifici e la lingua come espressione dello spirito e come mezzo di conoscenza: le premesse linguistiche della scienza e la selezione degli elementi linguistici necessari all’elaborazione teorica. La fissazione dell’universale in forma determinata e il processo di astrazione (nomi propri [l’individuale], nomi comuni [il generale: classificazione, generalizzazione e prima conoscenza], astratti [mere astrazioni senza plurale; ‘nomi mitici’personificazioni e metafore: antropomorfizzare l’incorporeo]): l’invenzione dell’articolo e la sostantivazione dell’aggettivo e delle forme verbali. Funzioni dell’articolo: determinare l’immateriale, porlo come universale, determinare singolarmente l’universale (farne cioè un nome astratto, comune e proprio a un tempo). L’uso particolare, determinato (“questo qui”), dell’articolo omerico (ed esiodico): il valore dimostrativo e l’assenza degli articoli veri e propri; il valore oppositivo (“questi … quelli”); il valore anaforico (“Odisseo … lui”); il valore ‘connettivo-relativo’ (“e quelle …”); il valore prolettico (questo: . . . ); il valore dimostrativo-apposizionale (“quella, l’isola”); il valore individualizzante (“tutte quelle altre volte”); il valore enfatico (“questo tuo dono”). La prima comparsa della prosa e la presenza dell’articolo (a eccezione delle iscrizioni cipriote e di quelle panfilie, che lo presentano assai di rado): il valore determinativo; il valore di rinvio e riferimento; il valore di opposizione; l’interposizione e la creazione
Le lingue dei lirici I dativi plurali in ‑oi~, ‑ai~ (strum. ai. ‑aih , ir. ‑a iš. lit. ‑ais) e in ‑oisi, ‑ aisi/‑hó si (loc. ‑su in indoiranico e baltoslavo): ‑oisi in ionico, ‑oi~ nei dialetti dorico-occidentali (eccezioni in argivo), ‑oisi (agg. e sost. ) e ‑oi~ (art. ) nel lesbico, le oscillazioni dell’attico e delle lingue letterarie (la tragedia, la commedia di Epicarmo, i poeti lirici). L’uso intermittente, arcaico (ábharat e bhárat) e omerico, dell’aumento: libero nella lirica corale e in quella eolica, costante (tranne omeriche eccezioni) in quella ionica. L’uso intermittente, ‘poetico’, dell’articolo (raro negli elegiaci, nella lirica monodica e corale, più frequente nel giambo e nella commedia, oltre che nella prosa).
I generi della lirica Il fondo ionico (kovt’, kw~, etc. ) e gli epicismi dell’elegia: ionicismi (o atticismi: doriv? ) non epici (la progressiva riduzione) ed epicismi non ionici (il progressivo incremento). L’epigramma dalla dialettizzazione alla maggiore letterarietà (fine IV sec. ). Il verso popolare (con paralleli nel vedico) e lo ionico corrente (cólto, non parlato: la lingua delle iscrizioni) del giambo (forme contratte, crasi, declinazione ‘attica’, termini volgari, la riduzione degli epicismi non ionici). L’incomparabile lirica eolica (in mancanza di una prosa eolica e di una lirica corale epicorica; il limitato apporto delle iscrizioni: fonetica e morfologia, non lessico) e beotica (Corinna), i metri ‘innodici’ indoeuropei, il lessico e lo stile semplici; la lingua delle persone cólte contemporanee (tranne la rarità dell’articolo e delle forme contratte): eolico nei lesbici, ionico in Anacreonte, beotico in Corinna. La lirica corale: il ‘dorico’ di poeti non dorici; composizioni corali per feste religiose pubbliche e successiva laicizzazione; l’a , gli infiniti in ‑men, gen. in ‑a`n e dat. in ‑essi, la mancanza di aoristi in ‑xa e di ‘futuri dorici’, la rarità di ü (tranne che in Alcmane e in Pindaro: la confusione ü/g nei codici), l’alternanza suv/tuv, la
TIDEO Eschilo, Th. 380 -394
la cattiveria di Tideo • l’incapacità di controllo • il desiderio irrefrenabile di sangue e violenza • l’urlo • l’animalizzazione • la propensione all’insulto • la vanteria La forza militare come forza difensiva e come
CLITEMESTRA Eschilo, Ag. 1227 -1238
la cattiveria di Clitemestra • la sfrontata falsità • il mortifero inganno • la femminilità degenerata • la mostruosità • il tradimento degli affetti familiari • l’ardire tracotante La donna come fedele custode della casa e come madre esemplare
Il teatro: festa religiosa e laica Le maschere da armamentario cultuale a istituto letterario e mezzo di rappresentazione. Lo scenario (il teatro di Dioniso), il pubblico (l’intera povli~) e la formalizzazione. La commistione di generi poetici non attici: il genere lirico religioso dorico e quello lirico narrativo ionico. Dalla lirica corale alla tragedia: il coro, il canto ‘a solo’, il parlato-recitato (l’attività di Arione di Metimna a Corinto e l’origine
ANTIGONE E CREONTE Sofocle, Ant. 471 -476 e 705 -718
la cattiveria di Antigone e Creonte • l’inflessibilità disumana • l’autocentrismo autistico • la sicurezza di sé • la noncuranza delle estreme conseguenze • il fanatismo rovinoso • la sostanziale vacuità La saggezza come misura, temperanza, contrattazione con gli eventi, apertura alle opinioni e alle parole altrui
ODISSEO Sofocle, Ph. 100 -119
la cattiveria di Odisseo • la contaminazione della purezza • la menzogna e l’inganno come strumenti di lotta • il guadagno come obiettivo assoluto • ‘il fine giustifica i mezzi’ • la blandizie della vanità • la falsa σοφία L’eroe come leale cercatore di gloria e come puro
GIASONE Euripide, Med. 446 -464
la cattiveria di Giasone • la sentenziosità arrogante • le sofisticazioni verbali • la legge del potere • l’opportunismo • il carrierismo • la freddezza sentimentale L’autenticità degli affetti familiari e l’esigenza di una corrispondenza tra parole e azioni
ETEOCLE Euripide, Ph. 531 -550
la cattiveria di Eteocle • l’amore folle del potere e dell’onore personali • il disprezzo dell’uguaglianza e della democrazia • la rottura dei legami sociali • la disparità sociale come fonte di conflitto • l’innaturalità democratico dell’atteggiamento anti- • la tirannide e la felicità ingiusta e solitaria
Commistione linguistica nella tragedia I cori: i metri e la lingua lirici, l’a , le ultime tracce del ‘sacro’ (le oscillazioni testuali e il problema della tradizione linguistica dei testi scenici). Il parlato giambo-trocaico, la lingua di Atene e gli ionismi letterarizzanti: la grammatica attica; a ed h attici; la sporadicità del duale; ss (non tt) e rs (non rr) e gli iperionismi (pursov~); forme ioniche letterarie (o[pwpa per e. Jovraka, douvrato~ e dorov~ per dovrato~, Qrh`/x, gh`qen). La volontà di distaccarsi dall’attico quotidiano e di ‘alzare il tono’: gli omerismi (forme non contratte, lunghe ei e ou per e e o, des. in ‑oio ed ‑essi, forme pronominali e articolorelativo, diverse forme verbali, comp. ajreivwn e bevltero~, preposizioni, congiunzioni e particelle) e il gioco dei verbi composti (e dei preverbi ‘esaustivi’); la glossa in luogo del nome comune; occidentalismi (nel coro e nel dialogo:
La cultura ‘di tipo ateniese’ La commistione stilizzata di tutte le espressioni letterarie precedenti. La lirica discorsiva e narrativa ionica e la lirica religiosa dorica. Il carattere interdialettale e tendenzialmente ‘imperialista’ della letteratura ateniese. La preparazione di una nuova lingua comune (che però sarà creata dalla filosofia, dalla scienza e dalla storiografia più che dalla poesia).
CLEONE IL PAFLAGONE Aristofane, Eq. 40 -60
la cattiveria di Cleone il Paflagone • la spregiudicatezza: buono a nulla capace di tutto • la maldicenza calunniosa • il mestiere manifatturiero (e maleodorante) • l’adulazione opportunista • l’indole del kapo • la violenza rapinosa • la demagogia e l’usurpazione del merito Il buon tempo antico dell’aristocrazia terriera e degli
Il ‘dramma’ siciliano e la commedia La misteriosa (l’assenza di opere intere fino a Teocrito e ad Archimede) ma influente (l’esempio delle monete del VI sec. a. C. ) cultura siciliana e le origini doriche del dramma (dra`ma) La koine occidentale di tipo dorico: Epicarmo (il nome di un genere? ) e Sofrone. I genitivi ejmevo~ e tevo~, üivsa mi (< üivsanti), deiknuvein (< deiknuvonti), pef&kein, pevposca, il dat. pl. in ‑essi, kavrrwn (per kreivsswn)
La commedia attica L’ateniese parlato e le differenze tra Aristofane e Menandro: i volgarismi. La grammatica attica (imperativi in ‑o e in ‑so, e[dosan ed e[dwkan, futuri dorici e non, e[mellon ed h[mellon, comparativi in ‑w e in ‑ona, plei`n / plevon / plei on h] …), i cori e i composti paratragici (e paraepici e paralirici), gli ‘stranieri’ parlanti nei dialetti locali (le lingue diverse ma comunicanti), i metricismi (-οιατο, -μεσθα, etc. ).
CANDAULE E GIGE Erodoto, I 8, 1 -9, 1
la cattiveria di Candaule e di Gige • il desiderio folle e ostinato e il delirio di onnipotenza • la cecità di fronte all’evento • la noncuranza del pudore (e la curiosità malsana) • l’incapacità di opporsi al male e la corresponsabilità • la debolezza degli scrupoli e dei timori fondati • il complotto e l’inganno ‘obbligati’: la scelta
PERIANDRO Erodoto, V 92, ε 1 -? ? ?
la cattiveria di Periandro • le origini difficoltose da “figlio della τύχη” • la frequentazione contaminante dei tiranni • il potere come ferocia • la schiavitù nei confronti degli oracoli • il contatto con l’occulto • la distruzione del valore come garanzia di potere • il disordine sessuale e affettivo La σωφροσύνη e il rispetto delle leggi umane e divine
Un’invenzione ionica: la prosa La poesia degli Eoli e la prosa degli Ioni: l’affrancamento dalla tradizione e dal sentimento e la riproduzione intellettuale e discorsiva di una realtà positiva. Gli Ioni alla guida culturale e spirituale della Grecia dall’età arcaica all’inizio di quella classica: i Greci yauna, l’influsso sull’architettura, sulle arti e sulla scienza orientale (persiana in primis). La koiné ionica e l’influenza dell’alfabeto ionico (l’es. di c), poi generalizzato (Atene 403, Beozia 370, ecc. ), e della terminologia ionica. L’estrazione e la lingua ionica dei primi prosatori (Talete, Anassimandro, Anassimene; Eraclito; Ecateo), e quindi del genere in quanto tale (Erodoto e Tucidide; Ippocrate di Coo; Antioco di Siracusa, Ellanico di Lesbo); le poche tracce di una prosa dorica (dalle Dialexeis ad Archimede); le differenze stilistiche (maggiore o minore letterarietà), non linguistiche tra i
La prosa ‘paraletteraria’: ainoi, lovgoi, mu`qoi, leggi ed elenchi L’Ai[swpo~ logopoiov~ e i riflessi poetici da Archiloco a Platone (Phaed. 60 c, 61 b). Genealogie, elenchi di vincitori (ad Olimpia dal 776 a. C. ), liste di sacerdoti o governanti (gli efori a Sparta dal 757 a. C. , gli arconti ad
La prosa didascalica e narrativa: logografia, storiografia, scienza, filosofia La lingua dei primi logografi tra pretese poetiche e koiné d’uso microasiatica. Epicismi, forme non contratte, ionismi arcaici, l’ingenuità e il gusto narrativo (l’esempio degli Iamata di Epidauro).
Erodoto, la filosofia, la medicina La lingua semplice (scevra di glw`ttai), varia e ‘internazionale’ del viaggiatore di Alicarnasso. Arcaismi, forme non contratte, epicismi e atticismi: il peso della tradizione manoscritta e la stilizzazione letteraria. Le gnw`mai filosofiche tra retorica e poesia: Eraclito e Democrito.
GLI ATENIESI (E I MELII) Tucidide, V 84 -116
la cattiveria degli Ateniesi • la politica di potenza • la necessità della tirannide di Stato • l’impossibilità della pietà • l’imperialismo come violenza • la perdita del senso del divino • l’oppressione del debole • la perdita del senso storico La politica come lungimiranza (verso il passato e verso il futuro) e come misura
La lingua ufficiale della dodecapol e della giambografia: la prosa ‘orale’ Il carattere autoctono della prosa ionica e il rifiuto dei concetti tradizionali di origine orientale (ma si veda Eraclito): i fatti e la ragione. Gli scritti per la lettura (cf. Plat. Parm. 127 c) e il carattere orale delle frasi (le ripetizioni, le pospositive, i parallelismi e la sottolineatura continua della struttura della frase). Dalle parole-forza alle parole-segno (es. di u{pno~, fuvsi~, ajnavgkh). Il pensiero discorsivo e razionale: l’isolamento e l’espressione distinta di ogni nozione (l’opposizione dei termini, l’articolo e l’aggettivo neutro, le formanti
Atene e la retorica La sopravvivenza della lingua di cultura ionica. La prosa fatta per l’azione: l’attico dall’arcaismo (il duale, i verbi atematici, lambavnw/lhvyomai, povli~, ‑tt‑ e ‑rr‑ ) alla Kunstprosa. La retorica di importazione (Siracusa? ): Gorgia di Leontini (le figure retoriche), Trasimaco di Calcedonia (il ritmo prosastico e i cola). Politologia e storiografia: la Costituzione degli Ateniesi e Tucidide. Lisia figlio di Cefalo (l’atticismo giudiziario); Antifonte e la differenza tra Tetralogie e discorsi giudiziari; Iperide e l’anticipo della koiné; Demostene e la prosa di tutta la
TRASIMACO Platone, Resp. 336 b-e, 350 c-d
la cattiveria di Trasimaco • il naturalismo sfrenato • la volontà di potenza • la violenta e bestiale irruenza • il dialogo come grido e prevaricazione • il disprezzo delle ‘sciocchezze’ altrui • l’indisponibilità a ‘perdere tempo’ • l’irriducibilità delle proprie idee Il dialogo come pazienza e come costruzione comune della verità
Filosofia e retorica: Isocrate e Platone La conversazione cólta di Platone: i poetismi, le etimologie popolari (vd. Cratilo), l’attico puro (il duale), parole usuali in significato generale (i neutri e l’articolo), l’algebra linguistica. La storia girovaga di Senofonte: l’attico impuro e l’annuncio della koiné (la rarità del duale, dorismi e ionismi, poetismi, coinismi). La lingua aulica e la grammatica attica di Isocrate. La koiné in Aristotele: l’attico che diventa greco comune e prosa del pensiero razionale (l’ordo verborum, le pospositive, gli elementi verbali e nominal-verbali, l’articolo dimostrativo, varietas e unità). La lingua dei vasai e delle tabellae defixionis: l’attico che non rimane.
CNEMONE, IL MISANTROPO Menandro, Dysc. 708 -721, 740 -747
la cattiveria di Cnemone • la sofferenza nel contatto con gli altri (misantropia) • l’incontro come prevaricazione • il moralismo e la chiusura • la sfiducia negli altri • il pessimismo come ermeneutica • l’immodificabilità dell’atteggiamento • l’incomprensione del sentimento L’apertura verso gli altri, la generosità, l’attenzione alla
L’unità di tre nozioni La lingua letteraria da Aristotele all’età moderna: la lingua di Polibio, di Strabone, di Plutarco; la lingua avversata dagli atticisti, ‘accademici della Crusca’ ante litteram. La lingua parlata, d’uso, dell’età di Alessandro Magno e dei secoli successivi: la testimonianza dei papiri documentari e di opere a finalità non principalmente letteraria come il Nuovo Testamento; l’evoluzione della lingua in rapporto ad Aufstieg und Niedergang dell’impero culturale greco; l’inevitabile varietas di ogni lingua parlata. La lingua ‘madre’ del greco medioevale e moderno, con la sua nuova differenziazione in parlate non corrispondenti in nulla agli antichi dialetti, e caratterizzate da una sostanziale unità di fondo. La codificazione ortografico-grammaticale e l’insegnamento scolastico da un lato, le varietà e ‘irregolarità’ fonetiche e di pronuncia dall’altro: la koiné come fluttuante insieme di tendenze (la progressiva e inarrestabile scomparsa del perfetto, dell’ottativo, del futuro, dell’infinito, dei casi).
Il quadro storico Commercianti, soldati, intellettuali dalle povlei~-stato alla cittadinanza ‘allentata’ dell’età ellenistica: la lingua locale dalla funzione politica di lingua della comunità a vernacolo per esteriori rivendicazioni di indipendenza. Le tappe di un’evoluzione storico-linguistica: le invasioni persiane, l’egemonia ateniese, l’egemonia macedone e l’impero di Alessandro Magno, l’impero romano. La minaccia persiana: dalla koiné ionica del VI sec. a. C. alla koiné ionico-attica (475 -431 a. C. ); la resistenza contro i Persiani e l’egemonia di Atene e di Sparta L’impero culturale di Atene: il sistema giudiziario (dal 446 a. C. ), le cleruchie, le arti e l’aristocrazia dello spirito (l’ininfluenza linguistica delle egemonie di Sparta e di Tebe). I Macedoni da Alessandro I (490 -454) ad Archelao (413 -400) e da Filippo ad Alessandro Magno, e la consacrazione dell’attico sotto l’impero macedone: il nuovo periodo di espansione (a differenza del V secolo) e l’affermarsi della cultura ellenistica (Alessandria, Pergamo, Antiochia). La soppressione delle peculiarità attiche e il formarsi di una lingua comune dalla Sicilia all’India, dall’Egitto al Mar Nero: la lingua urbana e ufficiale delle classi dirigenti e i patois locali (il declino delle koinaiv occidentali). Il carattere ‘impoetico’ della koinhv, lingua della scienza e della filosofia: il lessico intellettuale dell’Occidente (precisione e sfumature).
Le fonti della koiné I testi documentari (lettere, conti, ecc. ) e gli errori (ei/i, la pronuncia delle occlusive, a/e, gli errori dei forestieri). Papiri (Egitto ed Ercolano ante 79 d. C. ) e iscrizioni: le differenti tipologie di errore. I testi letterari e gli inconvenienti della ‘tradizione’ (quella ‘a monte’: letterarizzante; quella ‘a valle’: analogista e/o innovatrice); i testi documentari come termometri della lingua d’uso nelle opere letterarie. I testi ‘paraletterari’: i Settanta e il Nuovo Testamento; il valore documentario dei testi biblici per lo studio della koiné e l’antichità della loro tradizione (il Vaticano e il Sinaitico del IV sec. , l’Alessandrino del V sec. ); il problema della paternità delle particolarità (gli autori o i copisti? ). L’influenza del parlato sulla lingua ufficiale: l’esempio di oujdeiv~/oujqeiv~ e dei gruppi ‑tt‑ /‑ss‑. Il testi letterari non arcaizzanti (Aristotele, Menandro, Polibio) e il greco moderno: l’evoluzione della lingua.
ANTIOCO 2 Maccabei, 9, 5 -11 e 28
la cattiveria di Antioco • l’oppressione dei sudditi • la persecuzione religiosa • la presunzione • la vuota vanteria (ἀλαζονεία) • il perseverare nel male • la propensione all’ira e alla violenza • il tardivo riconoscimento del limite La difesa del Giudaismo e dei suoi valori, la libertà politico-religiosa, il riconoscimento dell’onnipotenza
GIUDA Mt 26, 14 -25, 27, 3 -10
la cattiveria di Giuda • il tradimento • l’ipocrisia • l’avidità e l’uso del denaro • la motivazione ‘religiosa’ • il tardivo pentimento • la disperazione • l’incredulità La purezza, la coerenza e la fiducia dei seguaci di Gesù
IL BIBLIOMANE IGNORANTE Luc. 18, 1 s. , 16 s. , 19 s. , 22 s.
la cattiveria del bibliomane • la stupidità e l’ignoranza • l’esteriorità inconsistente • l’autocompiacimento estetico • lo sfoggio di ricchezza • la creazione di una propria claque • l’ambizione arrivista • la pederastia La vera sapienza, la vera dottrina, la vera cultura, l’armonia tra parole, atteggiamenti e opere
I caratteri della koiné Da un ritmo quantitativo a un ritmo accentuativo (fenomeno indoeuropeo, cui si oppone in parte solo il lituano): l’ingresso dell’accento nella ritmica e l’affievolirsi delle distinzioni quantitative all’interno dello stesso timbro. La scomparsa di ü, y, s‑. La scomparsa del duale (Ar. : 37 x duvo: 10 x + dracmav~, 27 x + duale; Men. : duvo + pl. ) e la rianimazione fittizia degli atticisti. La scomparsa dell’ottativo, doppione del congiuntivo (vd. sanscrito, persiano, latino, ecc. ): il mantenimento del valore desiderativo, il progressivo arretramento di quello potenziale (la concorrenza del futuro: qualcuno potrebbe fare / farà forse), di quello irreale (la concorrenza del passato: facciamo come se tu fossi / che eri), di quello dipendente dai tempi storici (‘congiuntivo del passato’: la concorrenza del congiuntivo); «la perdita di un’eleganza da aristocratici» (Meillet). Il verbo dalla complicazione indoeuropea (le ‘anomalie’) all’uniformazione paradigmatica: i verbi atematici e le forme ‘irregolari’ ricondotti a una coniugazione ‘normale’; la debole e ambigua des. 3 pers. pl. ‑nt e il prevalere di ‑san. La riduzione delle forme nominali anomale, la riduzione dei comparativi, la progressiva scomparsa del medio, la rapida scomparsa del perfetto (la
• cattivi e viziosi • tiranni e macchiette • atrocità e ridicolaggini • nemici da annientare e avversari da mettere in burla i cattivi come costruzione del sé alla fine di una carrellata. . .
“Una cosa che hai visto spesso” (Marc. Aur. VII 1) che cos’è, dunque, la cattiveria?
“ciò che è possibile . . . ciò che è proprio impossibile” (Marc. Aur. VII 71) una battaglia possibile
Marc. Aur. VII 71 γελοῖόν ἐστι τὴν μὲν ἰδίαν κακίαν μὴ φεύγειν, ὃ καὶ δυνατόν ἐστι, τὴν δὲ τῶν ἄλλων φεύγειν, ὅπερ ἀδύνατον. È ridicolo non voler evitare la propria cattiveria, il che è possibile, e voler evitare quella degli altri, il che è proprio impossibile.
E disse Natan a Davide: “tu sei l’uomo che ha fatto questo”. (2 Sam 12, 7) epilogo
de nobis fabula narratur?
camillo. neri@unibo. it