Diritto della Finanza Decentrata Il Federalismo fiscale Il




























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Diritto della Finanza Decentrata Il Federalismo fiscale
Il federalismo fiscale Il Federalismo fiscale consiste nel decentramento del potere fiscale tra lo Stato e gli enti territoriali. La base costituzionale del federalismo fiscale è il pluralismo istituzionale sancito dall’art. 5 Cost. che riconosce e promuove l’autonomia locale: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento» .
Il federalismo fiscale L’obiettivo del federalismo fiscale era, innanzitutto, l’accountability degli amministratori locali nei confronti dei propri cittadini. L’autonomia finanziaria e tributaria degli enti territoriali- Regioni, Comuni, Province e Città metropolitane- è riconosciuta nel nostro ordinamento con la Riforma del Titolo V, Parte II, della Costituzione, realizzata dalla legge del 18 ottobre 2001, n. 3, che, introducendo il federalismo fiscale, ha realizzato il passaggio definitivo da un sistema di finanza derivata, dominato da trasferimenti di risorse «dal centro alla periferia» e caratterizzato dalla deresponsabilizzazione degli enti locali nella gestione della spesa, ad un sistema di finanza decentrata, che prevede, invece, un’allocazione delle risorse nel territorio.
Il federalismo fiscale Il processo di decentramento ha avuto inizio nel trentennio antecedente detta riforma. Nell’assetto istituzionale dei primi anni settanta dominava una preferenza per i trasferimenti da parte dello Stato, con forte deresponsabilizzazione degli enti locali nella gestione delle spese coperte da risorse erariali. Nella metà degli anni ottanta si ebbe un’inversione di tendenza, cominciarono a ridursi i trasferimenti. Solo a partire dalla seconda metà degli anni novanta si è realizzato un vero e proprio spostamento dell’incidenza del prelievo fiscale dallo Stato agli enti locali, tramite la soppressione e/o la riduzione del peso di alcuni tributi erariali sostituiti da propri tributi locali, configurati come imposte autonome (Irap, Ici) o come addizionali ad imposte erariali (addizionali Irpef, comunali e regionali). Contemporaneamente fu ampliato il potere regolamentare di Comuni e Province, riguardo alla disciplina delle loro entrate, ferma restando la determinazione con legge statale delle fattispecie imponibili, dei soggetti passivi e dell’aliquota massima. Il D. lgs 15 dicembre 1997, n. 446 attribuisce per la prima volta potestà regolamentare a Comuni e Province di «disciplinare con regolamento le proprie entrate, anche tributarie, salvo per quanto attiene alla individuazione e definizione delle fattispecie imponibili, dei soggetti passivi e delle aliquota massima dei singoli tributi, nel rispetto delle esigenze di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti» .
Il federalismo fiscale Decisiva è risultata la svolta verso il decentramento amministrativo, realizzato dalle leggi Bassanini (L. nn. 59 e 127 del 1997 e D. L. n. 112 del 1998), che hanno introdotto nell’ordinamento giuridico italiano il principio di sussidiarietà, quale criterio cardine di riorganizzazione territoriale dello Stato e di conferimento delle funzioni amministrative così favorendo il processo di federalizzazione; definito «federalismo amministrativo» o federalismo «a Costituzione invariata» . Il principio di sussidiarietà, principio fondamentale dell’Unione Europea con il Trattato di Maastricht, stabilisce, a livello comunitario, che gli Stati membri siano chiamati ad adottare tutte le misure per una corretta esecuzione degli obblighi europei, affidando alcune funzioni alle rispettive autonomie locale e disponendo che le decisioni siano prese il più possibile vicino ai cittadini. Da una parte condiziona dunque l’esercizio delle competenze locali e dall’altra legittima l’intervento del livello più lontano di governo in caso di inefficienza.
Il federalismo fiscale L’intervento più significativo nell’assetto istituzionale delle autonomie territoriali è stato di sicuro realizzato dal legislatore costituzionale nel 2001. L’art. 119 cost. , comma uno, riconosce a tutti gli enti territoriali autonomia finanziaria di spesa, nel senso di libera destinazione delle proprie entrate, e di entrata, ovvero di acquisizione di risorse mediante tributi o altri mezzi extra fiscali, laddove il testo previgente dell’art. 119 cost. riconosceva autonomia finanziaria alle sole Regioni. L’art. 119, comma due, attribuisce autonomia tributaria ammettendo che gli stessi enti stabiliscano ed applichino tributi propri in armonia con la costituzione e secondo i principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Lo stesso articolo prima riconosceva autonomia finanziaria alle Regioni da esercitarsi «nelle forme e nei limiti stabiliti dalle leggi nazionali» . “Stabiliscono” va nella direzione del rafforzamento dell’autonomia tributaria degli enti territoriali assegnando loro la facoltà di incidere sugli elementi strutturali del tributo, “applicano” si riferisce, invece, ad un ruolo attivo dell’ente stesso nella gestione del tributo, ovvero nella fasi del procedimento tributario.
Il federalismo fiscale L’art. 119 Cost. , nel testo novellato, oltre a prevedere che le Regioni e gli enti locali hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, delinea un modello basato sul principio di finanziamento integrale delle funzioni attribuite ai diversi livelli di governo, con alcuni correttivi, però, di interesse generale (si parla in tal caso di perequazione) e particolare (per quanto riguarda le risorse aggiuntive e gli interventi speciali in favore di singoli enti territoriali o di gruppi di enti territoriali). L’intervento statale perequativo opera in funzione di riequilibrio (nel senso di livellamento) delle capacità fiscali ex art. 119 cost. , terzo comma, e in funzione di bisogno, ai sensi dell’art. 119, quinto comma, venendo in rilievo, in questo secondo caso, le risorse aggiuntive e gli interventi speciali che lo Stato deve destinare ed effettuare in favore di enti locali per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, ovvero per provvedere a bisogni diversi dal normale esercizio delle loro funzioni (c’è un vincolo di destinazione).
Il federalismo fiscale Il nuovo sistema ha previsto tre forme di finanziamento: - i tributi e le entrate proprie, le compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, riferibili al proprio territorio, i trasferimenti statali del fondo perequativo. La potestà legislativa in materia tributaria spetta, a norma dell’art. 117 Cost. , allo Stato e alle Regioni. La potestà legislativa regionale assume due connotazioni: potestà legislativa concorrente che trova il limite nei principi fondamentali fissati da leggi dello Stato (art. 117 Cost. , III comma ), e potestà legislativa residuale, in cui ricadono le materie che non sono riservate alla competenza esclusiva dello Stato (art. 117 Cost. , IV comma). Allo Stato è affidata la competenza esclusiva in materia di sistema tributario e contabile dello Stato e di perequazione delle risorse finanziarie, nonché la competenza concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario che (a norma del comma due dell’art. 119 Cost. ) costituisce un principio di riferimento per la disciplina di tributi ed entrate proprie di Regioni ed enti locali.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 La delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’art. 119 Cost. , del 5 maggio 2009, n. 42, i successivi e ulteriori interventi legislativi, volti a dare compiuta applicazione dei principi in essa contenuti, rappresentano l’asse portante del decentramento nel nostro Paese. La legge n. 42/2009: • Definisce la tipologia di perequazione fiscale che lo Stato deve attuare (riequilibrare/ eliminare le discriminazioni e disarticolazioni); • Individua i principi generali del federalismo fiscale; • Regola il riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni in materia tributaria.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 L’autonomia finanziaria deve accompagnarsi ad un intervento perequativo a sostegno degli enti con minore disponibilità finanziaria, attraverso la determinazione dei fabbisogni standard, secondo l’effettive necessità finanziarie dell’ente e della capacità fiscale, senza però riprodurre i meccanismi non virtuosi della precedente finanza derivata. Il federalismo di tipo cooperativo e solidale comporta l’unitarietà del sistema tributario, in cui l’intervento finanziario nazionale è diretto ad evitare la disuguaglianza nell’articolazione nazionale dei presupposti tassabili e non ad annullare le differenze di gettito che sono attribuibili alle inefficienze delle amministrazioni locali.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 Il legislatore delegante ha previsto che il finanziamento delle funzioni fondamentali proprie delle autonomie locali, connesse ai livelli essenziali delle prestazioni (c. d. LEP), siano calcolati secondo costo standard (misura oggettiva del servizio)in materia di diritti civile e sociali- nella sanità, nell’assistenza, nell’istruzione, ed anche nel trasporto pubblico con riferimento solo alla spesa in conto capitale e le ulteriori spese, successivamente individuate, ovvero, in ambiti in cui prevalgono le esigenze di equità, uguaglianza e giustizia sociale, venga garantita l’integrale copertura del fabbisogno, in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale. In via residuale, si considera l’intervento perequativo delle diverse capacità fiscali, in corrispondenza del finanziamento delle spese «non essenziali» . L’intervento perequativo da parte delle Stato è giustificato dal principio di riequilibrio economico finanziario e quelli di uguaglianza e coesione economico sociale presenti nella nostra Costituzione. Il finanziamento integrale delle prestazioni «essenziali» è valutato in base al costo standard, cioè i costi di produzione in condizione di efficienza e appropriatezza, non più secondo il vecchio criterio della spesa storica che comprendeva anche livelli di scarsa produttività e di inefficienze. Secondo il nuovo metodo del costo standard, la parte eccedente la misura che è stata rilevata ricadrebbe a carico della Regione.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 La legge di attuazione al federalismo fiscale ha dovuto affrontare le problematiche più importanti, attraverso la fissazione dei principi fondamentali di coordinamento del sistema tributario, in cui si intende preservare l’autonomia tributaria degli enti territoriali e ha, inoltre, avuto l’importantissimo compito di definire le regole di perequazione fiscale. Il tutto seguendo una logica di federalismo cooperativo e solidale, che coniuga autonomia ed esigenza di unitarietà del sistema. Il legislatore delegante ha scelto un modello di federalismo non disgregante, da costruire nel contesto di una Repubblica una ed indivisibile, che rimette alla legge statale il potere di fissare i principi fondamentali di coordinamento ed assicura ai territori meno sviluppati il diritto ad avere, riguardo ai bisogni essenziali, la garanzia dei livelli minimi di prestazioni per l’istruzione, la sanità e l’assistenza. Tale modello di federalismo deve attuarsi attraverso un sistema in grado di compensare, mediante i trasferimenti, le diversità/ squilibri territoriali tra le dotazioni di risorse ed i bisogni dei cittadini. Il federalismo solidale e cooperativo tende al riequilibrio e garantendo che l’intervento statale sia diretto unicamente ad evitare le diseguaglianze nell’articolazione nazionale dei presupposti tassabili, senza annullare le differenze di gettito che dipendono invece dall’inefficienza delle singole amministrazioni. Quindi si esclude un modello di federalismo nord americano, o di tipo “duale” e anglosassone, in cui ogni livello di governo avrebbe il potere di istituire liberamente qualsiasi tipo di tributo su qualsiasi base imponile, previo un blando coordinamento teso solo al rispetto del principio di territorialità e di leale concorrenza tra enti.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 Viene definita “leggi di principi”. L’art. 2 contiene, infatti, un’ampia elencazione dei principi fondamentali di coordinamento del sistema tributario nel suo complesso e di quelli generali del federalismo fiscale. I principi fondamentali di coordinamento del sistema tributario sono fissati dallo Stato e sono espressivi dell’esigenza di unità dell’ordinamento. Attengono a regole fiscali stabili e preesistenti al federalismo fiscale che valgono come limiti e parametri dell’autonomia tributaria degli enti territoriali, e pertanto anche come criteri di riparto di competenza legislativa tra Stato e Regioni.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 I principi generali del federalismo fiscale sono, a volte, coniati dalla stessa legge delega, a volte, desunti dalla Carta costituzionale da altre fonti normative, possono essere compresi in questo ambito: • il principio di sussidiarietà, il criterio di ripartizione delle funzioni politiche e amministrative fra enti rappresentativi di diversi livelli territoriali di gestione e tra enti e iniziativa privata, individuale ed associata, che predilige il livello istituzionale più decentrato, se giustificato e compatibile con l’esigenza di assicurare efficienza dell’azione dei pubblici poteri. Il principio è contenuto in alcune disposizione dell’art. 118 Cost. , al I co. , si legge che «le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurare l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza» , introducendo, in tal maniera, una regola di distribuzione verticale di competenze tra gli enti pubblici territoriali, per cui il Comune, quale ente più vicino ai cittadini, è il destinatario di tutte le attribuzioni, fatta eccezione per quelle funzioni che richiedono un esercizio unitario a livello di governo superiore; al comma quattro, inoltre, il medesimo articolo richiama un criterio di tipo orizzontale, laddove prevede che «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà» . La sussidiarietà costituisce un principio giuridico fondamentale nella riorganizzazione territoriale dello Stato, orientando il trasferimento delle funzioni amministrative. • Il principio di territorialità regola l’attribuzione del gettito effettivamente percepito nel territorio, nel caso delle quote di compartecipazione al gettito dei tributi erariali, e costituisce limite impositivo quando vincola il legislatore nella scelta dei fatti economici e dei soggetti passivi.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 • • • Il principio di correlazione tra l’oggetto della tassazione e l’oggetto della gestione amministrativa, contempla il principio del beneficio attraverso il quale il prelievo fiscale è collegato al vantaggio che deriva dalla spesa e a quello di continenza che indica invece la relazione tra il presupposto del tributo e le materie di competenza funzionale e normativa. Il principio di semplificazione ed efficienza, in base al quale ogni amministrazione locale decida in termini di costi e benefici; il principio di responsabilità, affinché i cittadini siano in grado di controllare indirizzare e giudicare l’operato dei propri amministratori. Si prevede poi il coinvolgimento dei diversi livelli di governo nell’attività di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale prevedendo meccanismi di carattere premiale dei comportamenti virtuosi ed efficienti nell’esercizio della potestà tributaria e nella gestione finanziaria ed economica. In tal senso «previsione di strumenti e meccanismi di accertamento e di riscossione che assicurino modalità efficienti di accreditamento diretto e di riversamento del riscosso agli enti titolari del tributo» .
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 • Tra i principi criteri direttivi, il perseguimento di politiche fiscali mirate allo sviluppo e alla valorizzazione di territori, anche attraverso esenzioni, deduzioni e agevolazioni «in conformità con il diritto comunitario, di forme di fiscalità di sviluppo, con particolare riguardo alla creazione di nuove attività di impresa nelle aree sottoutilizzate» . La fiscalità di vantaggio o di sviluppo intende qualsiasi intervento che attribuisca agevolazioni fiscali a determinati territori. Le politiche fiscali locali dirette a concedere aiuti fiscali potrebbero però essere incompatibili con l’ordinamento comunitario. Il maggiore scontro tra diritto comunitario e federalismo fiscale si verifica nel momento in cui l’esercizio dell’autonomia locale incontra il limite del divieto di aiuti di stato, di cui agli articoli 107 e seguenti del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Sono infatti comprese nella definizione di aiuto anche le agevolazioni fiscali, ovvero tutte le misure che sono dirette a ridurre gli oneri tributari. La norma vieta qualsiasi vantaggio economico che viene attributo ad un’impresa mediante un intervento pubblico, che favorisca solo alcune imprese o produzioni, in base al criterio della cosiddetta selettività dell’aiuto. Adottando l’orientamento giurisprudenziale della Corte di Giustizia, il divieto non è operativo laddove vi sia un sufficiente livello di autonomia dell’area territoriale rispetto alla Stato, e che peraltro ne preclude ogni intervento diretto di tipo compensativo. Secondo, un successivo intervento della Corte di Giustizia, una misura di vantaggio emanata da una Regione è considerata lecita anche quando l’ente riceva direttamente finanziamenti da parte dello Stato centrale, ma sia dimostrato che il trasferimento delle relative risorse non presenti alcun legame con la misura.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 Secondo il dettato costituzionale le Regioni, pur avendo al pari degli enti locali minori la titolarità e il potere di stabilire ed applicare tributi propri, godono, ai sensi dell’art. 117 Cost. , di potestà legislativa primaria non più subordinata alla legge dello Stato. Prima dell’approvazione definitiva del disegno di legge delega, in assenza di principi di coordinamento che avrebbero dovuto definire in modo compiuto i rapporti tra i due sistemi legislativi, la Corte Costituzionale, dato il ritardo nell’attuazione legislativa, ha svolto un ruolo di supplenza, invocando in più occasioni la necessità dell’intervento del legislatore statale.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 Nel primo orientamento della Corte Costituzionale contenuto nella sentenza n. 282/2002 la Consulta affermava che i principi fondamentali per l’esercizio della potestà legislativa delle Regioni potevano dedursi dal sistema tributario statale limitando però detto potere laddove la materia non fosse stata già disciplinata dal legislatore statale. Nella sentenza n. 37 del 2004 la Corte ha ulteriormente ribadito quanto precedentemente affermato, precisando che la premessa necessaria per attuare quanto previsto dal testo costituzionale era «l’intervento del legislatore statale, il quale, al fine di coordinare l’insieme della finanza pubblica, dovrà non solo fissare i principi cui i legislatori regionali dovranno attenersi, ma dovrà anche determinare le grandi linee dell’intero sistema tributario, e definire gli spazi e i limiti entro i quali potrà esplicarsi la potestà impositiva, rispettivamente, di Stato, Regioni ed enti locali» . Ancora una volta con la sentenza n. 102 del 2008 la Corte ha affermato che allo Stato, nell’esercizio della propria competenza legislativa, consistente nella determinazione dei «principi fondamentali di coordinamento del sistema tributario» , deve essere riconosciuto il potere di fissare con propria legge «non solo i principi cui i legislatori regionali dovranno attenersi, ma anche di determinare le grandi linee del sistema tributario, e definire gli spazi e i limiti entro i quali potrà esplicarsi la potestà impositiva, rispettivamente, di Stato, regioni ed enti locali» . Si era così prodotta una giurisprudenza costituzionale molto prudente che, pur non negando l’esistenza di due distinti sistemi tributari primari, statale e regionale, aveva letto le norme del Titolo V in modo da privilegiare la competenza esclusiva dello Stato e riconoscere alle Regioni una potestà impositiva primaria ma solo residuale.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 Il legislatore delegante si conforma al parere espresso dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, individuando nel divieto di doppia imposizione il principio fondamentale di coordinamento del sistema tributario, e circoscrivendo la potestà legislativa regionale nell’ambito dei presupposti non assoggettati ad imposizione erariale (ex art. 7, primo comma lett. b) ). Il legislatore risolve il coordinamento del sistema tributario esclusivamente nel principio del divieto di doppia imposizione, negando ogni intervento impositivo autonomo delle Regioni sulle basi imponibili e sulle aliquote di tributi già erariali (ricalcando la prudente interpretazione della Corte costituzionale). L’art. 7 della legge delega stabilisce che per tributi regionali si intendono: • i “ propri derivati”, cioè istituiti da legge statali, il cui gettito è attribuito ad esse, riguardo ai quali le leggi regionali possono modificare le aliquote e disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni, nei limiti e secondo i criteri fissati dalla legge statale; • le addizionali (somma aggiuntiva dovuta all’ente locale) sulle basi imponibili dei tributi erariali, riguardo alle quali le leggi regionali possono introdurre variazioni percentuali delle aliquote e detrazioni, nei limiti fissati da legge statale; • i tributi propri, istituiti da legge regionali, su presupposti non assoggettati a tributi erariali.
Il federalismo fiscale delineato dalla legge delega n. 42 del 2009 I principi fondamentali di coordinamento del sistema tributario si applicano esclusivamente alle Regioni ordinarie. Il divieto di duplicazione, ovvero di doppia imposizione, non si estende automaticamente alle Regioni a statuto speciale essendo queste soggette solo al diverso regime risultante dai loro statuti. Il sistema italiano è da sempre caratterizzato dalla specialità statutaria di alcune Regioni, la legge delega ha confermato la singolarità di queste autonomie. La Corte Cost. , nella sentenza 15 aprile 2008 n. 102, ha stabilito che non si estendono alle Regioni a statuto speciale le modificate norme in tema di autonomia tributaria del Titolo V, in quanto offrono autonomia legislativa inferiore ai rispettivi Statuti. È noto che dette Regioni esercitano potestà tributaria, possono infatti istituire tributi propri secondo i loro statuti e alla condizione più favorevole che siano in armonia con i principi del sistema tributario senza che alle stesse siano applicabili anche i principi fondamentali di coordinamento fissati dallo Stato. Detti principi saranno applicabili solo se l’autonomia che gli stessi prevedono sia più ampia di quella garantita dallo statuto speciale.
Il federalismo fiscale Gli effetti sul federalismo fiscale del vincolo del Pareggio di bilancio Il contesto normativo in cui oggi si guarda il federalismo fiscale è quello tracciato dalla legge costituzionale n. 1 del 2012 che ha introdotto la regola del pareggio di bilancio nel nostro ordinamento, e alla legge rinforzata n. 243 del 2012 di attuazione di questo principio, ponendosi, per alcuni, quale contro- riforma di detta autonomia rispetto al testo costituzionale del 2001. La crisi economico- finanziaria, registrata a partire dal 2009, ha spinto l’Unione europea verso un’ampia revisione della propria governance con l’obiettivo di rafforzare gli strumenti e le procedure per una rigorosa politica di bilancio, garantire la solidità finanziaria dell’area europea e rilanciare le proprie prospettive di sviluppo.
Il federalismo fiscale Gli effetti sul federalismo fiscale del vincolo del Pareggio di bilancio Momento fondamentale in materia fiscale è stata la sottoscrizione il 2 Marzo 2012 da parte di 25 Stati (ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca) del Fiscal Compact (o Patto di bilancio), ovvero il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria, che ha innescato un processo di adeguamento da parte di alcuni soggetti firmatari. L’Italia ha adeguato il diritto interno alla normativa europea con la legge costituzionale n. 1 del 2012 novellando gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione e introducendo nel proprio ordinamento il principio di carattere generale, secondo il quale tutte le amministrazioni pubbliche devono assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese del bilancio e la sostenibilità del debito, nell’osservanza delle regole dell’Unione europea in materia economico- finanziaria.
Il federalismo fiscale Gli effetti sul federalismo fiscale del vincolo del Pareggio di bilancio Sebbene, la legge costituzionale n. 1 del 2012 rechi nel titolo “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale”, nel testo della stessa scompare l’espressione “pareggio di bilancio”, sostituita invece dall’espressione “equilibrio di bilancio”. Le due espressioni non sono equivalenti, a prima vista la nozione di equilibrio sembrerebbe più morbida, ma in realtà il vincolo di equilibrio richiede un pareggio dinamico in grado di mantenersi nel tempo. Il legislatore, dunque, escludendo un vincolo di parità tra entrate ed uscite assoluto per ogni bilancio, adotta un criterio che ammette un disavanzo nell’ambito del saldo strutturale di medio periodo in pareggio. Nel pareggio di bilancio c’è un vincolo rigido ma per versi semplicistico che non ammette l’indebitamento, mentre nel caso dell’equilibrio è possibile ricorrere all’indebitamento purché nel medio periodo le entrate corrispondano alle uscite, facendo fronte a esigenze di investimento o ad eventi eccezionali che richiedono di superare la rigidità del pareggio.
Il federalismo fiscale Gli effetti sul federalismo fiscale del vincolo del Pareggio di bilancio Il complesso delle norme UE era già operante nel nostro diritto interno, la riforma del 2012 ha avuto un effetto confermativo di tale operatività. I bilanci pubblici sono da sempre sottoposti a procedure di monitoraggio a livello statale ed europeo attraverso il Patto di Stabilità, che prevede un controllo delle politiche di bilancio. Inizialmente il sistema di controllo e di coordinamento europeo lasciava ampi margini di scelta agli Stati, ritenendo fisiologico un disavanzo pubblico che ammontasse al 3% della ricchezza prodotta, l’evoluzione ha visto un irrigidimento di tali vincoli. Il timore del contagio finanziario da parte di Stati con finanze non sane, e quindi il pericolo di mettere a repentaglio l’equilibrio finanziario dei parteners che condividono la stessa unità monetaria, ha poi imposto una rigorosa valutazione della propria spesa pubblica al fine di mantenere un equilibrio quasi perfetto tra entrate e spese, tollerando un scostamento minimo dello 0, 5% del PIL, e prevedendo inoltre modalità di monitoraggio preventivo e successivo che arrivano fino alla commisurazione di sanzioni.
Il federalismo fiscale Gli effetti sul federalismo fiscale del vincolo del Pareggio di bilancio Il pareggio di bilancio introduce ora un vero e proprio divieto di disavanzo, con una minima possibilità di scostamento in presenza di situazioni congiunturali del tutto straordinarie. Il legislatore italiano ha dato seguito alle indicazioni europee, recependo nel proprio testo costituzionali le nuove regole sancite dal Trattato del 2012. L’art. 81 Cost. prevede che lo Stato assicuri l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico, è stato oggetto di una modifica piuttosto radicale. Il ricorso all’indebitamento netto è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e previa autorizzazione delle Camere, adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Il nuovo comma 6 dispone infatti che «Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale» . Le linee di azione attraverso le quali si intende operare sono così affidate ad una legge rinforzata, da approvare a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, legge 24 dicembre 2012, n. 243 recante Disposizioni per l’attuazione del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione, contiene la disciplina dettagliata delle norme volte ad assicurare il suddetto equilibrio e la sostenibilità del debito delle pubbliche amministrazioni.
Il federalismo fiscale Gli effetti sul federalismo fiscale del vincolo del Pareggio di bilancio - Ai sensi del novellato art. 117 Cost. l’armonizzazione dei bilanci pubblici è stata scorporata da quella del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, di cui al terzo comma dell’art. 117 Cost. , attraendola nell’ambito della potestà legislativa esclusiva dello Stato. Rileva l’estensione dell’obbligo del rispetto dell’equilibrio all’intero apparato pubblico con l’aggiunta del primo comma all’art. 97 Cost. , per effetto del quale «Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico» . I principi di equilibrio di bilancio e sostenibilità del debito vengono dunque ribaditi espressamente nella norma cardine in materia di attività amministrativa, quali regole generali e vincolanti per la PA nel suo complesso, comprese le autonomie locali, attribuendo rilievo costituzionale, accanto ai principi di legalità, buon andamento e imparzialità, che governano i profili sostanziali e modali dell’azione amministrativa, anche le regole di prudente gestione finanziaria di matrice comunitaria.
Il federalismo fiscale Gli effetti sul federalismo fiscale del vincolo del Pareggio di bilancio La maggiore incidenza della riforma del 2012 sull’autonomia degli enti territoriali è imputabile alla modifica che ha riguardato l’art. 119 Cost. . Il nuovo primo comma riconosce autonomia finanziaria di entrata e spesa agli enti territoriali vincolando la stessa al rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci precisando inoltre che gli stessi enti concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici finanziari derivanti dall’Unione europea. Al sesto comma si prevede il ricorso all’indebitamento solo per spese di investimento e purché vi sia una contestuale definizione di piani di ammortamento e sia rispettato per il complesso degli enti di ciascuna Regione l’equilibrio di bilancio «Possono ricorrere all'indebitamento solo per finanziare spese di investimento, con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l'equilibrio di bilancio» . La revisione degli articoli 81 e 119 Cost. riduce sensibilmente i pochi spazi di autonomia degli enti territoriali, affidando, inoltre, alla potestà esclusiva dello Stato la disciplina dettagliata dell’introduzione delle regole sulla spesa in coerenza con gli obiettivi di finanza pubblica.