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Cesare Pavese daniela contrada – www. raccontidiscuola. it
Nel 1950 vince il premio Strega, due mesi dopo si suicida in una stanza d’albergo a Torino Nasce a Santo Stefano Belbo (CN) nel 1908 da una famiglia piccolo borghese Vive un’infanzia infelice, per motivi di salute la madre lo affida ad una balia, poi perde il padre Ama non corrisposto: Fernanda Pivano, Bianca Garuffi e Constance Dowling Studia a Torino si laurea in letteratura inglese, lavora come traduttore e insegnante Dopo la guerra si iscrive al Partito comunista e scrive sul quotidiano l’Unità Con l’occupazione tedesca, si rifugia in Monferrato e non partecipa alla Resistenza Come antifascista viene confinato a Brancaleone Calabro, ma non diventa partigiano Lavora per la casa editrice Einaudi e ottiene successo come scrittore
CESARE PAVESE: LA VITA 1908: nasce a Santo Stefano Belbo (Cuneo), da una famiglia piccolo-borghese, ha un’infanzia infelice, una sorella e due fratelli, nati prima di lui, muoiono prematuramente, la madre, di salute fragile, lo affida appena nato ad una balia e presto resta orfano di padre. 1930: si laurea in letteratura inglese a Torino, insegna e inizia un’intensa attività di traduttore. 1931: scrive saggi sulla letteratura americana per la rivista “Cultura”, poi soppressa dalla censura fascista, e diventa amico di intellettuali antifascisti. 1935: viene mandato al confino a Brancaleone Calabro, vi trascorre un anno e inizia a scrivere il diario “Il mestiere di vivere” pubblicato postumo. 1936: torna a Torino, riprende la collaborazione con l’Einaudi e pubblica il primo volume di versi “Lavorare stanca”, ma è quasi ignorato dalla critica. 1938: incontra Fernanda Pivano, sua ex allieva al Liceo D’Azeglio, la fa appassionare alla letteratura americana, di cui diventerà nota traduttrice, e se ne innamora non ricambiato. 1941: esordisce come narratore con “Paesi tuoi”, cui seguono altri romanzi. 1942: tra i più autorevoli collaboratori dell’Einaudi, dirige una collana di etnologia. 1945: si iscrive al Partito comunista e scrive sul quotidiano “l’Unità”, a Roma, nasce la relazione con Bianca Garuffi, che lavorava con Pavese nella sede romana dell’Einaudi. 1946: Bianca Garuffi interrompe la relazione. 1950: vince il Premio Strega per “La bella estate”, nonostante sia uno dei maggiori intellettuali del dopoguerra, ha una visione pessimistica del mondo e sente il rimorso di non aver partecipato alla Resistenza, che è costata la vita ad alcuni suoi amici come
CESARE PAVESE: LE OPERE POESIA: 1936: “Lavorare stanca” 1950: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, raccolta pubblicata postuma. NARRATIVA: 1941: “Paesi tuoi” 1942: “La spiaggia” 1947: “Il compagno” 1947: “Dialoghi con Leucò” 1949: “Prima che il gallo canti”, che comprende i due romanzi brevi, “Il carcere” e “La casa in collina” 1949: “La bella estate, trilogia che comprende: “Feria d’agosto”, “Il diavolo sulle colline”, “Tra donne sole”, vince il premio Strega 1950: “La luna e i falò”. ALTRE OPERE PUBBLICATE POSTUME 1951: “Letteratura americana e altri saggi” 1952: “Il mestiere di vivere” (diario) 1953: “Notte di festa” (racconti) 1959: “Fuoco grande”, romanzo scritto a capitoli alterni con Bianca Garuffi.
I TEMI Il fascino della morte Il bisogno d’amore e la vana ricerca di un contatto con l’altro. Il conflitto tra uomo e donna Realismo e oggettività: l’opera narrativa di Pavese Il mito dell’infanzia e il contrasto tra infanzia e maturità L’importanza della memoria per recuperare l’autenticità perduta Il ritorno ai luoghi delle origini: le Langhe piemontesi L’opposizione tra città e campagna La solitudine e l’esclusione sociale La Resistenza e l’impegno politico
L’impegno politico L’opera di Pavese è indirettamente autobiografica, nei suoi romanzi l’autore conduce un’analisi lucida, quasi spietata, degli aspetti più nascosti dell’animo umano, che sente in parte anche suoi. In particolare, nei romanzi “Il carcere” e “La casa in collina”, lo scrittore tratta il tema del suo difficile rapporto con l’impegno politico. Nel primo romanzo i riferimenti storico-politici e le cause della condanna al confino del protagonista, l’ingegner Stefano, sono piuttosto vaghi; l’attenzione dell’autore è rivolta soprattutto all’introspezione del protagonista, che nella solitudine del confino trova una condizione che lo appaga, infatti rifiuta di incontrare l’altro confinato. Nel romanzo “La casa in collina” , invece, protagonista e narratore è Corrado, un insegnante che si rifugia sulle colline torinesi per sfuggire ai bombardamenti e, dopo l’ 8 settembre, si ritira nelle Langhe, di cui era originario, sottraendosi alla lotta partigiana. I due romanzi sono pubblicati insieme con il titolo “Prima che il gallo canti”, titolo che richiama le parole di Cristo rivolte a Pietro prima del tradimento, alludendo alla paura e all’incapacità dell’uomo di affrontare le proprie responsabilità. Le condizioni storiche vissute dai protagonisti, la prigionia per Stefano e la guerra per Corrado, porteranno entrambi, condizionati dalla propria solitudine, al ripiegamento su sé stessi e all’inazione. Il confino di Stefano diventa metafora dell’incomunicabilità, mentre la collina di Corrado rappresenta la fuga come tentativo
“La casa in collina”: la trama Durante la guerra, per sfuggire ai bombardamenti che imperversano su Torino, Corrado, il protagonista, passa le notti in collina, ospitato in una casa abitata da due donne. Non è l’unico a evitare la città e una notte, vincendo il proprio carattere solitario, raggiunge un gruppo di persone che cantano fuori un’osteria. Ritrova così Cate, la donna con cui aveva avuto una storia otto anni prima, nel frattempo divenuta madre di un bambino chiamato Dino. Corrado torna spesso da loro, spinto dal dubbio che il figlio di Cate sia anche suo. In compagnia del gruppo, assiste all’evolversi delle sorti della guerra: l’arresto di Mussolini, l’armistizio, la guerra civile. La situazione diventa sempre più tesa, e mentre tutti gli altri si attivano, il protagonista sceglie di non partecipare in prima persona, chiudendosi sempre più in sé stesso. Dopo l’arresto dei compagni, si nasconde in un collegio religioso, poi, dopo che anche Dino lo lascia per raggiungere i partigiani, si rifugia nel
“La casa in collina”: i personaggi Corrado è un professore di scienze sulla quarantina, insegna a Torino, ma vive sulle colline circostanti. La sua indole schiva, la sua tendenza all’isolamento sono accentuate dalla guerra, considera il suo cane Belbo l’unico “confidente sincero”. Pur essendo consapevole che rimanere in disparte sia già una connivenza con il fascismo, rifiuta la via dell’impegno diretto. Cate è la ragazza con cui aveva avuto una storia finita male otto anni prima, a renderla immediatamente riconoscibile, nonostante il buio, è la sua voce “un poco scabra”. Cate è una donna autonoma e a volte scontrosa. Lavora in ospedale, alleva da sola il figlio e si distingue dal protagonista per la sua determinazione. Dino, il cui vero nome è Corrado, è il figlio di Cate, che anima la vita ritirata e timorosa di Corrado con una ventata di fiducia ed entusiasmo, ma con lui, come con gli altri adulti, si innervosisce a ricevere troppe cure e attenzioni. Cresciuto all’ombra di ideali d’avventura e socialismo, vede la prospettiva di partecipare alla guerra come un gioco da affrontare con coraggio, il protagonista non riuscirà a sapere se si tratti di suo figlio. Elvira e la madre sono le due donne con cui vive Corrado; la madre è una donna silenziosa e calma, la figlia è una quarantenne zitella, agitata e lamentosa, forse segretamente innamorata del suo pensionante. La loro premura e curiosità per la vita di Corrado, vengono avvertite con fastidio dal protagonista. Tuttavia, nonostante appaiano irritanti per le loro attenzioni eccessive, si mostrano leali verso il protagonista. Fonso è un fattorino diciottenne, cinico e burlone, che Corrado conosce all’osteria delle Fontane e che si unirà ai partigiani. Nando e Giulia sono altri assidui frequentatori dell’osteria, sono anch’essi
La mancanza di una scelta La vicenda è ambientata durante la seconda guerra mondiale, nel 1943. Corrado, insegnante di scienze in una scuola di Torino, come molti altri sfollati di quegli anni, una sera lascia la città per trasferirsi in collina, in una stanza in affitto nella casa in cui vivono due donne, madre e figlia, e da dove assiste alle fasi della guerra senza mai prendere posizione, anche se è attorniato da partigiani. La sua viltà e la sua immaturità non sono scalfite nemmeno dall’arresto di Cate. Al contrario, l’evento lo spinge a fuggire lontano, non è capace di dare una svolta alla sua esistenza mediocre, di cui è però consapevole. Corrado può essere considerato uno dei tantieroi del Novecento, uomini che scelgono la fuga, l’inettitudine, il disimpegno, senza nasconderlo, limitandosi a prendere atto della propria debolezza; esattamente come l’autore, sempre lacerato dai sensi di
“La casa in collina”: scelte stilistiche ed espressive Il realismo della vicenda di Corrado si esprime attraverso la resa fedele degli eventi storici che fanno da sfondo al romanzo, nella descrizione dei luoghi e degli ambienti, nella rappresentazione dei personaggi, ma anche nello stile. Pavese nel suo modo di raccontare utilizza: v un registro lessicale medio in cui compaiono, però, alcune espressioni più alte, quando sono riferiti i pensieri del protagonista, che è un professore; v numerose ripetizioni create proprio per dare l’impressione di una prosa immediata, poco curata (vidi subito il cortile, e vidi due automobili ferme… vidi i fucili nelle mani dei soldati…); v una scelta accurata degli aggettivi, in particolare di quelli che si riferiscono agli ambienti, che hanno il compito sia di descriverli in modo veritiero sia di metterli in rapporto con lo stato d’animo del personaggio; v una prevalenza della paratassi, che permette di creare periodi brevi, spesso caratterizzati dall’asindeto, che raccontano in modo chiaro e sintetico (Anche Cate era presa. Anche il vecchio Gregorio. Tutti. ); v un uso frequente del discorso diretto e indiretto libero, dove anche i pensieri del professore recuperano l’immediatezza e la semplicità del parlato (“se hanno preso la vecchia… hanno preso tutti”).
La luna e i falò La vicenda è raccontata in prima persona dal protagonista, Anguilla, un trovatello allevato da poveri contadini delle Langhe, il quale, dopo aver fatto fortuna in America, ritorna a distanza di quarant’anni a Gaminella, il paese dove è cresciuto, e riflette sul fatto di non conoscere le proprie origini, non sa esattamente in quale paese sia nato e chi siano i suoi veri genitori. Nel romanzo ritornano alcuni temi cari a Pavese, come l’autoanalisi, la solitudine e il non saper dare un senso alla vita e alla storia. Mentre nel romanzo La casa in collina (1948) la solitudine del protagonista nasceva dalla tragedia della guerra e dall’incapacità del protagonista di assumere un impegno civile; nell’opera La luna e il falò la solitudine del protagonista è dovuta al suo essere «bastardo» e a una vita trascorsa da espatriato in America. In entrambi i romanzi il tentativo di dare un significato all’esistenza, di ritrovare un’identità individuale e collettiva e l’appartenenza ad una comunità fallisce. Questo senso di sconfitta è forse tra le
La luna e i falò «C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione. Se sono cresciuto in questo paese, devo dir grazie alla Virgilia, a Padrino, tutta gente che non c’è più, anche se loro mi hanno preso e allevato soltanto perché l’ospedale di Alessandria gli passava la mesata. Su queste colline quarant’anni fa c’erano dei dannati che per vedere uno scudo d’argento si caricavano un bastardo dell’ospedale, oltre ai figli che avevano già. C’era chi prendeva una bambina per averci poi la servetta e comandarla meglio; la Virgilia volle me perché di figlie ne aveva già due, e quando fossi un po’ cresciuto speravano di aggiustarsi in una grossa cascina e lavorare tutti quanti e star bene. Padrino aveva allora il casotto di
La luna e i falò Io venni su con le ragazze, ci rubavamo la polenta, dormivamo sullo stesso saccone, Angiolina la maggiore aveva un anno più di me; e soltanto a dieci anni, nell’inverno quando morì la Virgilia, seppi per caso che non ero suo fratello. Da quell’inverno Angiolina giudiziosa dovette smettere di girare con noi per la riva e per i boschi; accudiva alla casa, faceva il pane e le robiole, andava lei a ritirare in municipio il mio scudo; io mi vantavo con Giulia di valere cinque lire, le dicevo che lei non fruttava niente e chiedevo a Padrino perché non prendevamo altri bastardi. Adesso sapevo ch’eravamo dei miserabili, perché soltanto i miserabili allevano i bastardi dell’ospedale. Prima, quando correndo a scuola gli altri mi dicevano bastardo, io credevo che fosse un nome come vigliacco o vagabondo e rispondevo per le rime. Ma ero già un ragazzo fatto e il municipio non ci pagava più lo scudo, che io ancora non avevo ben capito che non essere figlio di Padrino e della Virgilia voleva dire non essere nato in Gaminella, non essere sbucato da sotto i noccioli o dall’orecchio della nostra capra come le ragazze. »
Individua nel testo la ragione del ritorno a Gaminella del protagonista Anguilla A. Torna a Gaminella perché è il suo paese natale. B. Torna a Gaminella perché lì ha qualche proprietà. C. Torna a Gaminella per ricercare le sue origini dare un senso alla propria vita. D. Torna a Gaminella perché è il paese dove è cresciuto. E. Torna a Gaminella per nessun motivo particolare.
I paesi e i luoghi dell’infanzia del protagonista sono indicati con precisione e insistenza perché… A. Perché vi è profondamente legato. B. Perché sono belli e incontaminati. C. Per compensare il fatto di non conoscere esattamente il suo luogo di nascita. D. Perché E. Per odia l’America. esprimere la gioia di esserci tornato.
La luna e i falò Spiega il significato del seguente passo del romanzo: «non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra, né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere” » . Quando racconta che «non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra, né delle ossa» , il protagonista intende dire che il suo passato è ignoto, non ne rimane nessuna
La luna e i falò La parola «bastardo» ricorre più volte nel brano, con quale significato viene usata di volta in volta? La parola «bastardo» viene ripresa sia per sottolineare la condizione di miseria della famiglia, che lo ha adottato più per i vantaggi economici che per fare del bene; sia per rimarcare la mancata conoscenza della propria origine.
LA POESIA-RACCONTO NARRAZIONE DI FATTI DESCRIZIONE DEL MONDO QUOTIDIANO POESIA-CANTO VERSO BREVE FORME E RITMI MELODICI PASSAGGIO DALLA POESIA-RACCONTO ALLA POESIA COME CATENA DI IMMAGINI, LIRICA ESPRESSIONE DELL’IO SOFFERENTE VERSO AMPIO E LUNGO (TREDICI SILLABE), QUASI PROSA. LINGUAGGIO VICINO AL PARLATO E USO DEL DIALETTO POESIA REALISTICA APERTA AI DRAMMI DELLA SOCIETÀ IN CONTRASTO CON LA LIRICA ERMETICA, CHIUSA NEL MONDO DELL'AUTORE OPPOSIZIONI: LAVORO-OZIO CITTÀ-CAMPAGNA UOMO-DONNA NELL'ESPERIENZA DELLA VITA CONCRETA RITROVA IL MITO, UNA VERITÀ PROFONDA ED ETERNA
FIGURE RETORICHE RICORRENTI PERSONIFICAZIONE: attribuzione a cose o animali di sentimenti e comportamenti umani. OSSIMORO: accostamento di due parole di significato contrastante. METAFORA: sostituzione di una parola con un’altra, con la quale ha qualche somiglianza di significato. SIMILITUDINE: rapporto di somiglianza stabilito tra due elementi diversi mediante un termine di paragone (come). CLIMAX: disposizione delle parole di una frase in ordine crescente o decrescente di valore e intensità. ANAFORA RIPETIZIONE: uso di una stessa parola o espressione all’inizio di strofe, di frasi o di più versi consecutivi. IPERBATO: inserimento di uno o più termini tra parole sintatticamente unite, che produce un’alterazione dell’ordine previsto. ENJAMBEMENT: frattura di un legame sintattico causata dall’interruzione del verso.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi IL VIZIO DI VIVERE Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla. Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti. ANALISI DEL TESTO v Analizza strofe, versi e rime. v Individua enjambement, climax, ossimori, similitudini, metafore e
COMMENTO Il poeta esprime una concezione pessimistica dell’esistenza e trasforma l’immagine della donna amata (l’attrice Constance Dowling, che non ricambiava i suoi sentimenti) nello spettro della morte. La morte ha per il poeta gli occhi della donna, nel suo sguardo l’amore e la morte si fondono e viene eliminata ogni possibilità di comunicare, la parola è “vana”, inutile. Gli occhi della donna esprimono il silenzio della morte e anche la speranza diventa una vana illusione. Nella seconda strofa si ripetono gli stessi temi ma proiettati in una dimensione universale, non solo per il poeta, ma “per tutti la morte ha uno sguardo”. Morire è come smettere un vizio, quel vizio assurdo che è la vita, per riscoprire un destino comune, un’esperienza in cui le parole non servono, dove l’incomunicabilità precede il nulla che ci attende: andremo https: //www. youtube. com/watch? v=n. Yehgc 8 Z giù “nel gorgo muti”. 6 n 8&list=RDn. Yehgc 8 Z 6 n 8#t=0 ANALISI La lirica è composta da due strofe libere di novenari. I versi, prosastici ma musicali, sono legati da assonanze e consonanze. Il lessico è quotidiano e ricco di figure retoriche, come: l’ossimoro (grido taciuto), la metafora (O cara speranza; gorgo), la similitudine (come. . . come), la climax (vana parola. . . grido taciuto. . . silenzio), la personificazione della morte (Verrà. . . occhi).
Collega i titoli delle opere con le date di pubblicazione Il mestiere di vivere 1941 Lavorare stanca 1950 Verrà la morte e avrà i tuoi occhi 1952 Prima che il gallo canti 1936 Paesi tuoi 1949
fine